
di Lavinia Marchetti
Da quando i missili di Ansar Allah (Houthi) hanno iniziato a solcare il cielo sopra Bab el-Mandeb hanno aperto uno squarcio sulla fragilità del turbocapitalismo, smascherando la pretesa occidentale di possedere tutte le acque del mondo. È finita l’epoca in cui il capitale poteva ignorare la geografia. La talassocrazia non è così facile come sembra. Lo Yemen sta dimostrando che bastano trenta chilometri di mare per mettere in ginocchio il feticcio della globalizzazione neoliberale. Se lo stretto sul Mar Rosso si chiude insieme a Hormuz, l’Europa può scoprire cosa provano da decenni i paesi a cui hanno imposto sanzioni con doppi standard. Se gli Houthi chiudono lo stretto l’Europa si ritroverebbe isolata, priva di quel gas che prima arrivava dalla Russia e che ora non può più giungere via mare se non circumnavigando un intero continente. Sono solo 30km da pattugliare, non una missione impossibile per gli Houthi, soprattutto perché USA e Israele hanno aperto troppi fronti per poterli controllare agevolmente.
Siamo davanti al naufragio di un’egemonia che si credeva eterna. Mentre gli Stati Uniti tentano disperatamente di tenere insieme i pezzi di un ordine coloniale ormai esausto, Israele rivela la propria fragilità interna. Herzi Halevi ha dovuto confessare quello che i bollettini trionfalistici non oserebbero mai rivelare, ovvero che l’esercito sionista sta collassando sotto il peso di troppi fronti aperti. Non si può sostenere un’occupazione brutale a Gaza, una guerra d’attrito in Libano e una repressione costante in Cisgiordania, una guerra aperta con l’Iran che sta causando danni ingenti in “patria” (chiamiamola così), senza che la macchina bellica finisca per autodistruggersi.
La strategia di Tel Aviv si è fatta allora puramente nichilista. Il raid contro l’acciaieria di Moubarake in Iran non mira a un obiettivo militare immediato, ma punta a cancellare il futuro industriale di un intero popolo. Vogliono che l’Iran indietreggi di decenni affinché non esistano rivali nella regione. Israele non accetta partner, esige solo servitori pronti a firmare patti di sottomissione. In questo scenario, Russia e Cina non restano a guardare. Pechino osserva il suicidio logistico dell’Occidente mentre Mosca sfrutta il controllo sui Dardanelli (i bei ricordi dell’Ellesponto) per conquistare una certa centralità marittima.
Il Mediterraneo rischia di diventare un vicolo cieco con l’unica uscita fissata a Gibilterra. È il ritorno della storia fisica contro l’astrazione dei mercati (Vuoi vedere che torna in auge il materialismo storico?). La resistenza yemenita ha ricordato al mondo che il potere risiede ancora nel controllo dei passaggi obbligati e che la prepotenza militare non può nulla contro chi è disposto a tutto per difendere la propria terra e anche la causa palestinese. Che il centro del mondo si stia già spostando altrove? Magari lontano dalle rotte tracciate dal vecchio colonialismo atlantico.