
Mi chiamo S., ho 44 anni, e da tre anni vivo dentro un incubo che non finisce mai.
Avevo una famiglia normale, un marito, due figli adolescenti e una vita fatta di cose semplici: lavoro, scuola, la spesa, i pranzi della domenica. Non ero felice sempre, ma mi sentivo al sicuro. Poi, all’improvviso, la mia casa è diventata un teatro dell’orrore.
Una mattina di ottobre del 2021, mia figlia più grande, 15 anni, è tornata da scuola strana. Silenziosa, occhi bassi, non voleva mangiare. Io ho pensato a un litigio con le amiche, a una delusione, a cose da adolescenti. Ma dentro di me sentivo che c’era qualcosa di più. Ho provato a parlarle, ma mi rispondeva solo con un “sto bene, lascia stare”.
Dopo qualche settimana ho trovato delle lamette nel suo cassetto. Mi tremavano le mani. Ho alzato la maglietta e lì, sulle sue braccia, c’erano i segni. Tagli, ferite, dolore scritto sulla pelle. Ho urlato, ho pianto, l’ho stretta, ma lei era di ghiaccio: “Mamma, tu non puoi capire”.
Da lì è iniziata la discesa. Psicologi, psichiatri, farmaci. Le notti passate sulla sedia accanto al suo letto per controllare che respirasse. Il terrore ogni volta che chiudeva la porta della camera. Io, che non sapevo più come proteggerla. Mio marito, che invece non voleva vedere: “È solo una fase, smettila di drammatizzare”. Ma io sapevo che non era una fase, era un grido di dolore.
Poi, un pomeriggio, l’ho trovata in bagno. Sanguinava, e mi ha guardata con gli occhi vuoti: “Mamma, io non voglio più vivere”. Quelle parole mi hanno uccisa. Non dimenticherò mai l’urlo che ho tirato, né il sangue sulle mie mani mentre cercavo di tamponare le ferite. L’ambulanza, le sirene, la corsa in ospedale.
Oggi lei è ancora qui, ma la sua battaglia non è finita. Io vivo nell’ansia costante, controllo ogni suo respiro, ogni parola, ogni messaggio sul telefono. Ho smesso di vivere per vivere al suo posto. Ho smesso di pensare a me. Non dormo più, non rido più. Sopravvivo, ogni giorno, nella paura che la prossima volta non ci sarà un “in tempo”.
Mi chiamo S., ho 44 anni, e la mia più grande paura è che un giorno mia figlia non trovi più la forza di restare.