
Esco dall’aula 3B insieme a Cinzia, ancora scosso dal mio inaspettato trionfo retorico. Lei cerca di capire come sia possibile che una frase così generica abbia convinto un professore, io cerco di capire se sia il caso di festeggiare o di nascondermi. Non facciamo in tempo a raggiungere il distributore del caffè — un monumento alla rassegnazione tecnologica — che compare Lorenzo, il rappresentante degli studenti, con l’aria di chi ha appena scoperto un nuovo modo di complicare la vita al prossimo. «Ragazzi, vi serve un passaggio per la biblioteca? Sto andando lì per una riunione importantissima.» «Di cosa?» chiede Cinzia. «Stiamo decidendo se mettere le sedie ergonomiche o lasciare quelle attuali, che favoriscono la postura medievale.» Annuisco con serietà. «Io voto per la postura medievale. Mi sembra coerente con il piano di studi.» Lorenzo ci trascina nel corridoio, dove un gruppo di studenti discute animatamente davanti a un cartellone. Sopra c’è scritto: “Assemblea straordinaria: il futuro del corso di Metodologia”. Cinzia si avvicina incuriosita. Io no, perché ho già capito che qualunque cosa sia, richiederà impegno. «Pare che vogliano cambiare il programma», spiega Lorenzo. «Più pratica, meno teoria.» «Ottimo», dico. «Così posso finalmente capire qualcosa.» «Terribile», dice Cinzia. «Così tu potresti finalmente capire qualcosa.» La discussione si accende. Una studentessa sostiene che servano più laboratori. Un altro vuole abolire gli esami scritti. Un terzo propone di sostituire il professore con un podcast motivazionale. Per evitare di essere coinvolto, mi nascondo dietro Cinzia, che però mi spinge avanti come scudo umano. «Davide, tu cosa ne pensi?» chiede Lorenzo. Deglutisco. «Secondo me… dipende dal contesto.» Silenzio. Poi un mormorio di approvazione. Qualcuno prende appunti. Una ragazza annuisce come se avesse appena ascoltato un principio pedagogico rivoluzionario. Cinzia mi guarda con un misto di stupore e disperazione. «Ma come fai?» «Io non faccio niente», rispondo. «È il contesto che fa tutto.» Quando finalmente raggiungiamo la biblioteca, scopriamo che la sala studio è piena. Non c’è un posto libero, tranne uno: una sedia traballante accanto alla finestra, famosa per cedere senza preavviso. «Perfetto per te», dice Cinzia. «Perché?» «Perché dipende dal contesto.» Ci sediamo. Cinzia tira fuori i libri, pronta a studiare. Io tiro fuori un quaderno, pronto a fingere. Dopo cinque minuti, la sedia cede davvero. Sprofondo con un tonfo che fa voltare mezza biblioteca. Cinzia sospira. «Davide, tu sei una metafora vivente.» «Di cosa?» «Di tutto ciò che non è stato progettato bene ma continua a funzionare per miracolo.» E mentre cerco di rialzarmi con dignità, lei si rimette a studiare, convinta che l’università sia un luogo crudele ma giusto: premia chi si impegna e, inspiegabilmente, anche me.