
Quando Davide mi ha detto: “Ti porto mio zio Alfonso, devi conoscerlo”, ho pensato alla solita operazione di marketing familiare: “Guarda che brava gente ho attorno, non sono così disfunzionale come sembro”. Poi però Alfonso è arrivato davvero. E non era affatto quello che mi aspettavo.
Io apro la porta, e davanti a me c’è questo signore elegante, asciutto, con gli occhi di uno che ha letto troppi libri per essere ancora impressionabile. Mi porge la mano come se stessimo firmando un trattato di pace. “Cinzia, vero? Piacere. Alfonso.” “Piacere mio. Entra pure. Davide è in ritardo.” “Lo so,” dice lui, “è genetico.”
Mi piace subito.
Lo faccio accomodare in salotto, gli offro un tè, lui accetta con la gratitudine di chi ha passato una vita a bere caffè pessimo nelle sale professori. Si siede, osserva la stanza come se fosse un testo da interpretare. “Lei è psicologa,” dice. “Già.” “Dev’essere faticoso.” “Solo quando la gente pensa che io legga nel pensiero.” “Ah, allora siamo colleghi: io ho passato quarant’anni a spiegare agli studenti che non avevo risposte, solo domande migliori.”
E qui capisco che la conversazione sarà lunga. E bella.
Si sistema gli occhiali, prende il tè, e senza preamboli mi chiede: “Lei crede che le persone cambino davvero?” Io rido. “È la domanda che mi fanno tutti. Di solito quando vogliono sentirsi dire di sì.” “E lei cosa risponde?” “Che cambiano solo quando smettono di voler piacere a qualcuno.” Alfonso annuisce, soddisfatto. “Ottima risposta. La userò.” “Prego, la prima è gratis.”
Lui ride, una risata bassa, da uomo che ha visto abbastanza tragedie da apprezzare l’umorismo come forma di igiene mentale. Poi si sporge un po’ in avanti, come se volesse testarmi. “E secondo lei, perché Davide ci teneva tanto a farci incontrare?” “Perché spera che uno dei due lo aggiusti,” rispondo. “Ah,” dice Alfonso, “allora ha sbagliato porta. Io non aggiusto nessuno.” “Nemmeno io. Io accompagno.” “E io disturbo,” dice lui. “È la mia specialità.”
Ci guardiamo un secondo, complici. È raro trovare qualcuno che non si prenda troppo sul serio e allo stesso tempo prenda sul serio le cose giuste.
Poi Alfonso si alza, cammina verso la libreria, sfiora i dorsi dei libri come se fossero animali domestici. “Vedo che ha Jung,” dice. “Uso e abuso.” “Fa bene. È uno dei pochi che ha capito che l’essere umano è un disastro affascinante.” “E lei cosa insegnava?” “Filosofia morale.” “Ah, quindi il disastro lo studiava da dentro.” “Esatto.”
Si volta verso di me, con un mezzo sorriso. “Posso farle una domanda indiscreta?” “Provi.” “Lei, quando ascolta qualcuno, ascolta davvero… o sta già costruendo la diagnosi?” “Dipende,” dico. “Se la persona mi interessa, ascolto. Se non mi interessa, diagnostico.” “E io?” “Lei mi interessa.” “Bene,” dice lui. “Perché io diagnostico sempre.”
Ridiamo entrambi. È un bel momento, semplice, pulito, come se ci conoscessimo da anni.
Ed è proprio mentre stiamo parlando di responsabilità, scelte, e di come le persone si raccontino storie per sopravvivere, che la porta si apre e Davide entra, trafelato, sudato, con l’aria di uno che ha corso per non fare tardi e ci è riuscito lo stesso.
“Scusate!” dice. “Spero non vi siate annoiati.” Io e Alfonso ci guardiamo. “No,” diciamo in coro. Per niente.
E Davide, povero, non capisce perché ridiamo.