
A Ischia, a un festival. Mi dissero che Gino Paoli era a prendere il sole, in fondo a un molo.
Andai.
In fondo a una passerella di cemento, dopo mille sdraio blu, proprio all’ultima, c’era lui. Niente costume. Vestito solo di un bicchiere di whisky, che teneva disinvoltamente proprio lì.
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Mi presentai. Mi guardò, interrogativo, con gli occhi azzurro così chiaro da sembrare bianchi.
Era abbronzato. E nudo come un verme. Accettò di fare due chiacchiere. Si mise i Ray-Ban. Non i pantaloncini.
Io in piedi, in camicia bianca e giacca nera, come a teatro.
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Parlammo del mare. “Il mare è la promessa di un futuro. È il viaggio. Da Genova, parti con una nave. Oppure con la fantasia”, mi disse.
Mi raccontò di come si fosse sempre sentito, e si sentisse ancora, pittore e non musicista. Era bravo con le immagini. Voleva diventare un pittore: “fare il musicista non era né previsto, né desiderato”, disse.
Lui mi lasciò il bicchiere di whisky in mano e andò a tuffarsi.
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Riemerse dopo qualche minuto, sembrava felice.
Gocciolante, come io immaginavo Stefania Sandrelli nella canzone Sapore di sale: “Quando esci dall’acqua e ti vieni a sdraiare, vicino a me, vicino a me…”.
Gli chiesi: “Il cielo in una stanza” la scrisse per Stefania Sandrelli? “Quando sei qui con me questo soffitto viola non esiste più…”.
Lui mi guardò con compatimento, quasi. “Ma allora non hai capito niente”.
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Chiesi, stupito: “Ma in che senso, scusi?”.
“Ma sì, dai! Parla del momento in cui tutto diventa infinito. Di quel momento incomprensibile della tua vita in cui sei tutto e non sei niente. Quando i limiti si cancellano, quando la tua mente esce dalla stanza, esce da te”.
“E cioè, scusi?”.
“Ma l’orgasmo, ragazzo! Ancora non hai capito? Il cielo in una stanza parla dell’orgasmo”.
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“E Stefania Sandrelli?”.
“Macché Sandrelli! C’era una casa di appuntamenti a Genova col soffitto colorato di viola. E l’orgasmo fu con una di quelle signorine. Tutto qui”. Lo salutai, lo ringraziai. Per salutare, a sua volta, alzò il bicchiere di whisky.