
di Lavinia Marchetti
Il trauma è qualcosa che si fatica a spiegare, specie quelli generazionali. Una memoria passata che vive nell’eterno presente di una frustrazione connaturata, che difficilmente riusciremo a scacciare via. Si inscrive nel corpo, come il sapore del sangue in bocca a Genova, o il fumo dei lacrimogeni e le urla delle cariche di opliti esagitati a Napoli, gli assedi di Seattle e Davos. Ci davano dei terroristi per una vetrina scheggiata o un estintore sollevato nel vuoto della disperazione mentre ci sparavano in testa e ci passavano sopra con la Jeep, mentre nelle caserme e nelle strade venivamo torturati, manganellati, presi a calci nei denti da un potere che già allora mostrava la sua natura terminale. Quella generazione, umiliata dalla forza bruta dello Stato, ha imparato presto una verità che oggi esplode in tutta la sua evidenza. L’Ordine globale costruito da questo “sistema” era una necropolitica già in atto. E noi avevamo ragione. E non eravamo terroristi. I terroristi erano loro, eravate voi che difendevate quell’ordine perché vi faceva comodo.
Oggi guardiamo all’Iran e sentiamo un sussulto che non ha nulla a che fare con la teocrazia o il dogma. È un riflesso condizionato della dignità ferita. Proiettiamo in quella resistenza l’unica forma di riscatto possibile contro un Sistema che ha prodotto milioni di cadaveri, guerre permanenti e un genocidio celebrato con l’arroganza di chi si crede padrone della Storia. Putin non ci appartiene, gli Ayatollah sono distanti anni luce dai nostri sogni di libertà, e Hamas non parla la lingua della nostra giustizia. Ma gli Stati Uniti e Israele rappresentano qualcosa di peggio, più perverso. Sono il volto coloniale che si maschera da civiltà mentre affonda nel fango morale dei file Epstein. Sono il connubio tra pedofilia d’élite, ricatto globale e suprematismo messianico, riuscite a immaginare qualcosa di peggiore? Io no.
Viviamo nel ricatto di un autoritarismo in pieno rilancio in tutta Europa, che munge le risorse dei popoli per foraggiare macelli industriali, un sistema che ci censura, e che non vuole neanche che denunciamo genocidio sopra una montagna di bambini trucidati. No, dovremmo pure stare zitti. Tifiamo Iran perché rappresenta l’inceppo, il granello di sabbia nella macchina della sopraffazione. Vediamo in quella collisione l’unica possibilità di rompere un Ordine indecente fondato sulla forza pura e sulla menzogna infinita.
Sappiamo perfettamente cosa comporterà tutto questo. Prevediamo la crisi economica, l’inflazione che morderà le nostre vite, il collasso di quel benessere parassitario che ci è stato concesso in cambio del silenzio. Eppure, anche a nostro discapito, non possiamo che desiderare il crollo. Vogliamo che questo sistema si schianti, e che lo faccia male. La nostra non è una scelta economica, è una necessità filosofica. A un certo punto, davanti a milioni di morti cominciamo a preferire le macerie di un impero sanguinario alla schiavitù dorata di una democrazia che bombarda ospedali e spara in testa a bambini che cercano cibo. Se il prezzo per fermare l’arroganza coloniale e la sopraffazione ad ogni livello (tra cui una pedofilia insopportabile) è il naufragio della nostra economia, che il mare si alzi pure. Meglio il buio e il freddo che continuare a riscaldarsi sotto il bagliore delle bombe che sganciamo sui poveri del mondo.