
Barbara entra dal parrucchiere con l’aria di chi sta per affrontare un intervento a cuore aperto, ma senza anestesia. La porta si richiude alle sue spalle con quel cling metallico che, in quel quartiere, segnava il confine tra la vita civile e un microcosmo governato da phon, lacca e opinioni non richieste.
«Buongiorno Barbaraaa», cantilena la parrucchiera, una donna che sembra vivere in un eterno martedì pomeriggio del 1998.
«Tagliamo solo le punte, vero?»
Barbara sospira. «Vediamo come va la giornata.»
È la sua frase di sicurezza, equivalente al “non sparate, sono disarmata”.
La parrucchiera la fa accomodare davanti allo specchio, un oggetto crudele che riflette non solo il volto, ma anche tutte le decisioni sbagliate degli ultimi tre mesi.
Barbara si osserva: occhiaie da riunioni interminabili, capelli che hanno dichiarato l’indipendenza, e quell’espressione da “se qualcuno mi parla di mindfulness, giuro che lo mordo”.
«Allora, come va il lavoro?» chiede la parrucchiera, mentre inizia a pettinarla con la delicatezza di un doganiere in cerca di merce di contrabbando.
«Una meraviglia», risponde Barbara, «se ti piacciono le riunioni che iniziano in ritardo e finiscono in tragedia.»
«Eh, oggi tutti stressati…» commenta la parrucchiera, che non ha mai partecipato a una riunione in vita sua ma parla come se avesse gestito il G20.
Il phon parte con un rombo da decollo. Barbara chiude gli occhi.
Per un attimo immagina di essere altrove: su una spiaggia, in un bosco, in un bar con un bicchiere di vino… ovunque tranne lì, prigioniera di un brushing che sembra un rito di iniziazione.
«Sai, secondo me dovresti osare» urla la parrucchiera sopra il rumore del motore.
Barbara riapre gli occhi, allarmata. «Osare cosa?»
«Un taglio scalato. Ti ringiovanisce.» Barbara la guarda nello specchio con l’espressione di chi ha appena sentito la parola “ristrutturazione” detta dal proprio capo.
«Preferirei evitare sorprese.»
«Fidati di me!»
«È quello che mi spaventa.»
La parrucchiera ride, convinta che sia una battuta. Barbara no.
Dopo venti minuti di manipolazioni, vapori e consigli non richiesti sulla vita sentimentale (“devi uscire di più, Barbara, guarda che gli uomini ci sono!”), arriva il momento della verità.
La parrucchiera spegne il phon con un gesto teatrale e si fa da parte, come un artista che rivela la sua opera. Barbara si guarda. Il risultato è… accettabile.
Non bello, non brutto. Una via di mezzo che, tutto sommato, rispecchia fedelmente il suo stato d’animo.
«Allora? Ti piace?» Barbara annuisce.
«Sì. Sembro una persona che dorme otto ore a notte.»
«Ecco! Lo sapevo!»
«Non è un complimento, ma va bene.»
Paga, esce, e mentre il cling della porta la saluta di nuovo, si rende conto che, in fondo, la parrucchiera ha un potere misterioso: non migliora la vita, ma la rende leggermente più sopportabile. Almeno finché non piove.