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Approdava oggi nelle sale un monolito trascendentale proveniente da piani esistenziali ignoti proiettati oltre l’Infinito, che cambiò per sempre il Cinema conosciuto fino ad allora.
Tra astri danzanti, routine di astronauti e intelligenze artificiali che si ribellano manifestando malizie e paure del tutto umane, un affresco della storia dell’esistenza, del genere umano e delle sue evoluzioni attraverso i secoli.
Della mortalità e delle imperfezioni che spronano a creare, progredire (come anche a regredire) e spingersi oltre. Delle ciclicità con le quali determinati fenomeni e avvenimenti si verificano e tornano poi a manifestarsi in maniera diversa. Ma anche di quegli istinti bestiali ed atti di violenza che, nel bene e nel male, hanno fatto sì che si arrivasse dove siamo. Provando infine a mostrare (SENZA PRETESE di realismo scientificamente comprovato) un nuovo stadio evolutivo ancora da scoprire e decifrare.
Giunse “2001 – Odissea nello Spazio” del 1968 di Stanley Kubrick (qui coadiuvato da Douglas Trumbull per gli effetti visivi + la consulenza tecnica di Antonio Margheriti che al tempo non si fece accreditare), da un soggetto di Sir Arthur C. Clarke.