
Gli Stati Uniti sono l’unico Paese al mondo che riesce a indignarsi non per quello che ha fatto, ma perché qualcuno glielo ricorda.
Ecco perché un video iraniano (“One Vengeance for All”) ha scatenato crisi isteriche, editoriali tremolanti e opinionisti con l’aria di chi ha appena scoperto che Google conserva la cronologia.
Un video di propaganda che per una volta non mente. E questa cosa manda in cortocircuito l’Impero.
Nel video scorrono immagini che gli USA chiamano “provocazioni”, ma che il resto del mondo chiama archivio.
Dal genocidio dei nativi americani a Hiroshima e Nagasaki, passando per il Vietnam e la Palestina. Fino ad arrivare ad Epstein e al suo suicidio miracoloso con guardie addormentate e telecamere cieche: caso chiuso, tornate a dormire, bambini.
Il video mette in fila cose che l’Impero preferisce tenere sparse, lontane, scollegate. Come le vittime.
Ma il momento che ha fatto urlare i commentatori è stato il missile contro la Statua della Libertà sprovvista di Photoshop.
Non più madre degli oppressi, ma mascotte di Wall Street, lobby militari, banche “troppo grandi per finire in galera” e presidenti che parlano di diritti umani mentre firmano droni come fossero assegni scoperti.
La Statua non viene distrutta.
Viene smascherata.
E questo è imperdonabile, perché gli Stati Uniti hanno paura delle metafore che funzionano.
L’Iran non è un santuario etico.
Ma almeno non si vende come Disneyland morale del pianeta.
Gli USA sì.
Quelli che esportano democrazia come se fosse gas: infiammabile, tossica, ma sempre “per il tuo bene”.
Bombardano, rovesciano governi, affamano popolazioni con sanzioni, sorvegliano il mondo, ma pretendono l’applauso perché non portano il velo.
È come se Jack lo Squartatore si fosse autocandidato al Nobel per la Sicurezza Urbana.
Quel video parla al pubblico occidentale usando il suo stesso linguaggio: diritti civili, lotte anticoloniali, scandali delle élite, ipocrisia sistemica.
È propaganda che non dice “noi siamo buoni” ma “guardate e ditemi che non è vero”.
E gli USA, quando sono costretti a guardarsi, reagiscono come un vampiro davanti allo specchio: gridando “disinformazione!”, “odio!”, “minaccia alla sicurezza!”, per poi censurare tutto.
La vendetta non è il missile.
È la memoria.
Perché la vera vendetta delle vittime non è colpire New York, ma impedire all’Impero di continuare a raccontarsi come liberatore mentre cammina su un tappeto di ossa.