
Io al cinema ci vengo sempre da solo. Non perché mi piaccia la solitudine — quella è una sciocchezza romantica inventata dai giovani — ma perché mia moglie non sopporta i film “troppo moderni”. Che poi “moderni” significa qualsiasi cosa girata dopo il 1982.
Comunque, entro nella sala con il mio passo lento ma dignitoso, quello che uso quando voglio sembrare un uomo ancora in controllo della propria vita. Mi siedo al mio posto preferito: terza fila, lato corridoio, così posso alzarmi senza disturbare nessuno. O almeno così credo.
Poi arriva lei.
Una ragazza mora, luminosa, con quell’aria un po’ svagata e un po’ allegra che avevano le studentesse negli anni Settanta, quando ancora si credeva nella rivoluzione e nei pantaloni a zampa. Si siede proprio accanto a me.
Io penso: Beh, guarda un po’. Il destino ha ancora senso dell’umorismo.
Lei mi sorride. Non un sorriso grande, eh — uno di quelli piccoli, cortesi, che i giovani fanno quando non vogliono sembrare maleducati. Ma per me basta. È come se mi avessero acceso una lampadina interna.
«Buonasera,» le dico, con la voce che cerco di rendere profonda ma che esce un po’ gracchiante. Lei annuisce, gentile.
Il film non è ancora iniziato. La sala è mezza vuota. Io sento un impulso, uno di quelli che non dovrei più avere alla mia età, ma che evidentemente non sono morto del tutto.
«Viene spesso al cinema da sola?» Appena lo dico, mi rendo conto che sembra una frase da manuale del rimorchio del 1954. Lei però non si irrigidisce. Anzi, ride. Ride davvero.
«Eh… sì, a volte,» dice. «Mi piace.» Ha una voce leggera, come se ogni parola fosse un palloncino che potrebbe volare via.
Io mi sistemo gli occhiali, cercando di sembrare più affascinante e meno decrepito. «Sa, non è comune trovare giovani che apprezzano il cinema d’autore.» Non ho idea se il film sia d’autore. Non so nemmeno come si chiama. Sono entrato perché c’era aria condizionata.
Lei mi guarda con un’espressione che non capisco subito. Poi capisco: si sente… lusingata.
E questo mi sorprende. Perché io sono un vecchio, sì, ma non cieco: so riconoscere quando una donna è abituata a essere guardata. Eppure, questa qui… sembra quasi stupita che qualcuno la noti.
«Che carino…» mormora. Carino. Io. Carino.
Mi viene da ridere, ma mi trattengo. Non voglio rovinare il momento.
«Posso chiederle il nome?» «Antonella.» «Un nome bellissimo,» dico, e lo penso davvero. Lei arrossisce appena. È incredibile. Mi sembra di essere tornato giovane anch’io.
Il film inizia. Le luci si abbassano. Lei si sposta leggermente verso di me, ma non per cercare qualcosa: semplicemente perché è distratta, o perché la poltrona è scomoda, o perché il mondo è fatto così, di piccoli movimenti che cambiano tutto.
Io sento il suo profumo. Un profumo semplice, fresco, niente di sofisticato. E mi viene da pensare che la vita, a volte, ti regala momenti assurdi solo per ricordarti che sei ancora vivo.
A metà film, lei si china verso di me e sussurra: «Ma lei… quanti anni ha?» La domanda mi spiazza. «Abbastanza per ricordare quando i cinema avevano la maschera che ti accompagnava al posto.» Lei ride di nuovo. Ride come se le avessi raccontato una barzelletta irresistibile.
E io, dentro, mi sciolgo un po’.
Non succede niente di sconveniente. Non succede niente di eroico. Non succede niente di cinematografico.
Succede solo che una ragazza giovane, bella, un po’ svagata, trova buffo e piacevole parlare con un vecchio sconosciuto. E che un vecchio sconosciuto, per un’ora e mezza, si sente di nuovo interessante.
Quando il film finisce, lei si alza, mi sorride e dice: «È stato bello sedersi accanto a lei.» E se ne va, leggera come era arrivata.
Io resto lì, nella sala che si svuota, con un sorriso che non mi ricordavo più di avere.
E penso: La vita è strana. A volte ti toglie tutto. A volte ti regala un’Antonella.