
Quando Cristiano mi chiama, sto leggendo. O meglio: sto fingendo di leggere, perché in realtà sto guardando la stessa pagina da venti minuti.
«Dai, vieni» dice lui senza nemmeno salutare. «È una festa tranquilla.»
«Cristiano, io e le feste non—»
«C’è una che mi interessa.»
Silenzio. Lui sa che questo è il mio punto debole: la sua vita sentimentale disastrata. Se non lo accompagno, finisce sempre male. Se lo accompagno, finisce male lo stesso, ma almeno posso dire di averci provato.
«Dieci minuti e passo a prenderti» aggiunge, e riattacca.
Io non ho detto sì. Ma Cristiano vive in un universo parallelo dove il consenso è un concetto flessibile.
Mi vesto senza convinzione. Maglietta scura, jeans, giacca leggera. L’uniforme dell’uomo che non vuole essere notato.
Cristiano arriva sotto casa suonando il clacson come un adolescente. Salgo in macchina e lui è già in modalità entusiasmo tossico.
«Davide, te lo giuro, stasera succede qualcosa.»
«A chi?»
«A me, ovviamente.»
«Perfetto» dico. «Così io posso stare in un angolo a guardare la fauna.»
«Tu sei la fauna» ribatte lui.
Non rispondo. Non ne vale la pena.
La festa
La casa è enorme. Troppo grande per una persona normale. Troppo piccola per contenere tutta la gente che ci ha infilato dentro.
Musica alta, luci soffuse, odore di alcool e profumi costosi. Io entro e mi sento subito fuori posto, come sempre.
Cristiano invece si tuffa nella folla come un pesce nell’acqua. Io lo seguo, ma solo perché non conosco l’uscita secondaria.
Dopo cinque minuti ho già voglia di tornare a casa. Dopo dieci, ho voglia di trasferirmi in un eremo.
Mi appoggio allo stipite di una porta, bicchiere in mano, atteggiamento finto rilassato di chi vorrebbe essere da un’altra parte. È la mia specialità.
È allora che la vedo.
Sophie.
Non la conosco, ma capisco subito il tipo: elegante, sicura, un po’ brilla, sguardo che danza per il salone come se stesse scegliendo il prossimo investimento.
Mi nota. Ovviamente. Sono l’unico immobile in un mare di gente che si agita.
La vedo pensare qualcosa tipo “È giovane, decisamente… però interessante”. E infatti si avvicina.
«Ciao, sono Sophie» dice, porgendomi la mano.
«Davide» rispondo, totalmente inespressivo.
«Tu cosa fai?»
«Sono stato tratto con l’inganno…»
Lei ride. «Nella vita, intendo.»
«Oh, il meno possibile.»
La guardo meglio. Donna in carriera, settentrionale, abituata a uomini che si vendono bene. Io non mi vendo. Io mi nascondo.
Lei smette di sorridere. «Dev’essere comodo.»
La sua voce cambia. La postura cambia. La temperatura cambia.
«Bene, ci si vede» dice, già voltandosi.
Io sorrido tra me. Brava, torna a farti corteggiare da questi maiali impettiti, penso.
Mi rimetto al mio posto, contro lo stipite, invisibile come un quadro storto.
Il caos della festa
Cristiano nel frattempo è sparito. Lo ritrovo venti minuti dopo in cucina, circondato da tre persone che parlano tutte insieme. Lui mi vede e mi fa cenno di avvicinarmi.
Errore.
Una ragazza mi rovescia addosso mezzo gin tonic. Un tizio mi chiede se “sono quello del gruppo di prima”. Una coppia litiga davanti al frigorifero aperto. Un cane — non so di chi — ruba una fetta di salame da un tagliere e scappa.
Io osservo tutto con la calma di chi ha accettato il proprio destino.
Cristiano invece è in modalità “sto per innamorarmi”. Lo riconosco dal modo in cui inclina la testa quando ascolta qualcuno che gli piace.
La ragazza in questione — Carla — è bella, sì, ma ha quella bellezza che sa di guai. E infatti, dopo un po’, succede.
La sento dire qualcosa a Cristiano. Non capisco le parole, ma capisco il tono. Tagliente. Superiore. Inutile.
Cristiano si irrigidisce. Io lo vedo da lontano e so già come andrà.
Mi avvicino. Lui mi guarda come se fossi la sua unica ancora di salvezza.
«Andiamo via» dice, con la voce bassa. «Carla è proprio stronza.»
Annuisco. Non serve altro.
Usciamo dalla festa come due reduci di guerra. L’aria fresca mi colpisce in faccia e penso che forse, dopotutto, è stato quasi divertente.
Quasi.
Cristiano accende la macchina. Io guardo fuori dal finestrino.
«Davide» dice lui, dopo un po’. «Grazie.»
«Per cosa?»
«Per esserci.»
Sorrido. Non lo faccio spesso, ma stavolta sì.
«Sono stato tratto con l’inganno» rispondo.
Lui ride. E per un attimo, solo un attimo, mi sembra che il mondo sia meno complicato.