
Kulturjam
L’Occidente ha scoperto l’Iran nel modo peggiore: sottovalutandolo. Alta formazione, strategia lucida, capacità narrativa. Non è solo guerra militare, ma culturale. E chi non capisce l’avversario, di solito perde prima ancora di combattere.
L’Occidente combatte un nemico che non capisce
C’è un dettaglio imbarazzante che questa guerra sta rivelando con crudezza: l’Occidente combatte contro un Paese che non conosce. E quando la politica si muove nell’ignoranza, la strategia diventa improvvisazione, la potenza si trasforma in arroganza, e il risultato è sempre lo stesso: errori costosi, spesso irreversibili.
Per anni il mondo musulmano è stato ridotto a un catalogo di stereotipi rassicuranti: barbe da fanatici, kalashnikov sventolati nel deserto, milizie urlanti, società arretrate e immobili, teocrazie oscurantiste incapaci di produrre altro che conflitto. Un immaginario comodo, quasi cinematografico, utile a semplificare ciò che non si ha voglia di capire. L’Iran è stato inglobato dentro questa narrazione pigra: “regime”, “ayatollah”, “minaccia”. Fine dell’analisi.
Peccato che l’Iran non sia il mondo arabo. I persiani non sono arabi, né per lingua, né per storia, né per identità culturale. Appartengono a una tradizione indoeuropea, con una continuità storica che precede di secoli l’Islam stesso. Ridurre tutto a un indistinto “Oriente islamico” significa cancellare differenze fondamentali e, soprattutto, rinunciare a comprendere.
Così, mentre nei talk show si perpetuava la caricatura del “Paese arretrato”, quella stessa realtà costruiva competenze, sviluppava capacità militari sofisticate, elaborava strategie complesse. E lo faceva lontano dai riflettori, mentre dall’altra parte si continuava a guardare una versione semplificata, quasi infantile, del nemico. Poi, all’improvviso, quella caricatura ha iniziato a colpire con precisione, a resistere con metodo, a rispondere con una logica che non rientra nei cliché rassicuranti costruiti a tavolino. Il problema non è l’Iran. Il problema è chi lo ha sottovalutato.
L’ignoranza come dottrina politica
La fragilità dell’analisi occidentale non è solo culturale, è sistemica. Si continua a parlare di Iran come di un’entità indistinta, mentre si ignora la qualità – spesso elevata – delle sue élite. Non è un problema di titoli esibiti, ma di profondità dello sguardo: si preferisce la fedeltà geopolitica alla comprensione reale.
Eppure i dati esistono, e sono difficili da aggirare. Secondo UNESCO e World Bank, l’Iran forma ogni anno centinaia di migliaia di laureati in discipline STEM, con una quota femminile che in alcuni ambiti scientifici supera il 50%. In Europa la media dei laureati STEM si aggira intorno al 20-25% del totale dei laureati; in Italia scende ulteriormente, mentre negli Stati Uniti la percentuale resta significativa ma con una minore presenza femminile in settori chiave come ingegneria e fisica. In Iran, nonostante sanzioni e isolamento, il sistema universitario continua a produrre ingegneri, matematici, fisici e informatici in quantità e qualità competitive. Ma il dato quantitativo, da solo, non basta. È la qualità della classe dirigente a fare la differenza.
Ali Larijani, figura centrale del sistema politico iraniano ucciso da un attacco israeliano, non era un apparatchik improvvisato: era laureato in matematica e informatica, con un dottorato in filosofia occidentale e studi approfonditi su Kant. Abbas Araghchi, oggi tra i principali architetti della diplomazia iraniana, è un teorico delle relazioni internazionali con formazione accademica nel Regno Unito e una solida base in filosofia politica.
Ebrahim Raisi, presidente fino alla sua morte nel 2024, aveva una formazione giuridico-religiosa complessa, radicata nella tradizione sciita ma integrata in un sistema statale moderno. Qasem Soleimani, eliminato nel 2020, non era soltanto un comandante militare: era un raffinato stratega, capace di muoversi tra diplomazia informale e operazioni sul campo, costruendo reti di influenza regionali con una visione di lungo periodo.
Accanto a loro, figure meno note ma altrettanto significative: Hossein Salami, comandante delle Guardie Rivoluzionarie, con formazione in ingegneria; Amir Ali Hajizadeh, mente del programma missilistico, ingegnere aerospaziale; e intellettuali-operativi come Ebrahim Zolfaghari, oggi volto della resistenza iraniana, capaci di coniugare formazione matematica, studi filosofici e padronanza delle lingue occidentali.Non è un’élite monolitica né perfetta, ma è un’élite che studia, che legge, che conosce il mondo che affronta.
Il contrasto con il panorama occidentale, e in particolare italiano, è difficile da ignorare. Non tanto per l’assenza di competenze – che pure esistono – quanto per la loro marginalizzazione nei processi decisionali. Le università europee e italiane continuano a formare eccellenze, ma queste spesso migrano altrove o restano ai margini delle strutture di potere.
Il risultato è un cortocircuito: da un lato, una società che produce conoscenza; dall’altro, una classe dirigente che non la utilizza. Nel frattempo, in Iran, il percorso è inverso: formazione, ritorno, integrazione nelle strutture statali.
Questo produce un effetto concreto: una leadership che non solo prende decisioni, ma le comprende. E mentre in Occidente si continua a interpretare il conflitto attraverso categorie semplificate, dall’altra parte si costruisce una strategia che tiene insieme cultura, tecnologia e visione politica. Spoiler, ma non troppo: la superiorità tecnologica, da sola, non compensa l’inferiorità analitica.
La guerra che non si capisce
La vera asimmetria non è solo militare. È cognitiva. L’Iran non sta semplicemente reagendo sul piano militare. Sta colpendo anche sul piano simbolico e psicologico, incidendo sulla percezione pubblica occidentale. Non mira solo alle infrastrutture, ma alla fiducia, alla coesione, alla narrativa.
Qui emerge il paradosso: una parte del mondo che si considera avanzata fatica a comprendere un avversario che ha studiato proprio quel mondo nei suoi fondamenti teorici e culturali.
Nel frattempo, si continua a discutere in termini binari: democrazia contro autoritarismo, bene contro male, modernità contro arretratezza. Una griglia interpretativa rassicurante, ma sempre meno utile. Perché la realtà, come spesso accade, è più complessa. E la complessità, quando viene ignorata, presenta il conto.
Questa guerra non sta solo ridisegnando equilibri geopolitici. Sta mettendo a nudo una fragilità più profonda: l’incapacità di comprendere l’altro e quando non capisci chi hai di fronte, non stai combattendo una guerra.
Stai semplicemente entrando in un territorio che non sai leggere.