
Los Angeles, 1975. Al Pacino è l’uomo del momento. È il volto di Michael Corleone, il re di Hollywood, il favorito per la statuetta come Miglior Attore. Eppure, in platea tra le stelle più brillanti del cinema, Al non ha la minima idea di dove si trovi.
Per sua stessa ammissione, quella sera non era esattamente “lucido”. Seduto in poltrona, annebbiato da un mix di sostanze e totale disorientamento, Pacino si godeva lo show convinto di una cosa sola: “Massimo un’ora e ce ne andiamo a casa”. Peccato che gli Academy Awards non siano esattamente un cortometraggio.
Dopo un po’, annoiato e confuso, si gira verso il suo vicino di posto, un giovanissimo Jeff Bridges, e gli sussurra con estrema convinzione: “Ehi Jeff, credo che abbiano già premiato il miglior attore… è passata un’ora, deve essere quasi finita, no?”.
Bridges lo fissa, tra il divertito e il preoccupato, e gli sgancia la bomba: “Al, guarda che questo spettacolo dura tre ore”.
In quel preciso istante, il “Padrino” realizza il dramma: è intrappolato in diretta mondiale, nel pieno di una delle cerimonie più lunghe della storia, e non ricorda nemmeno come ci è arrivato. Quella notte Pacino non vinse (lo scettro andò ad Art Carney), ma ci ha regalato uno dei dietro le quinte più onesti e caotici di sempre. La leggenda del cinema? A volte è solo un uomo seduto al posto sbagliato, nel momento sbagliato, con la percezione temporale completamente andata.