
Oggi è una di quelle giornate che, se potessi, me ne starei a casa a guardà la lavatrice che gira. Invece sto qua, alla cassa tre, col bip bip che mi entra nel cervello come un trapano.
La fila è lunga. Lunga tipo processione di Pasqua. E tutti hanno la faccia di chi pensa che io, da sola, posso risolve’ i problemi del mondo.
Io passo la roba, veloce, precisa. Non parlo. Non guardo. Non respiro.
E poi arriva lei.
La vedo da lontano: pelliccia vera — ma vera vera — capelli cotonati, profumo che potrebbe stordire un cavallo, e quell’aria da “io non faccio la fila, la fila si fa da me”.
Appoggia la spesa sul nastro come se stesse posando gioielli su un cuscino di velluto.
Io passo tutto. Arrivo a un barattolo di crema. Bip.
Lei si irrigidisce.
«Mi scusi» dice, con quella voce che sembra uscita da un frigorifero. «Questo prodotto è prezzato diversamente allo scaffale.»
Io la guardo. Un secondo. Due.
«Signò, io batto quello che passa. Se allo scaffale c’è un altro prezzo, deve parlà co’ l’addetto.»
Lei si indurisce come un biscotto vecchio.
«Io sto parlando con lei.»
«E io le sto a dì che non so’ io che metto i prezzi.»
La fila dietro comincia a muoversi. Non avanti: muoversi, tipo onde del mare prima della tempesta.
Lei insiste.
«Allora chi è il responsabile?»
«Signò, io so’ la cassiera. Non la ministra dell’economia.»
Risatina soffocata da qualche parte nella fila. Lei la sente. Si gira.
«C’è qualcosa da ridere?» chiede, con lo sguardo di chi ha appena perso un regno.
Un signore con la barba, pacifico fino a un minuto fa, sbotta: «Signò, stamo tutti aspettanno. Se deve fa’ ‘na contestazione, la faccia dopo.»
Lei si gira verso di lui come una torretta antiaerea.
«Io ho diritto a un prezzo corretto!»
«E noi c’avemo diritto a tornà a casa prima de domani» risponde un’altra, con due bambini che già piangono.
Io sto ferma. Impallata. Come sempre. È la mia superpotenza: l’immobilità emotiva.
La signora si volta di nuovo verso di me.
«Io non me ne vado finché non viene un responsabile.»
E come se l’universo avesse aspettato solo quel momento, arriva lui.
L’animalista.
Lo conosco. Viene spesso. Compra solo tofu, semi strani e shampoo vegano. Oggi lo vedo fissare la pelliccia della signora come se fosse un omicidio.
«Signora» dice, con la voce calma di chi sta per esplodere. «Lei si rende conto che sta indossando un cadavere?»
Io chiudo gli occhi. Solo un secondo. Giusto il tempo di pregare tutti i santi.
La signora si gira verso di lui, scandalizzata.
«Come si permette?!»
«Mi permetto perché quella pelliccia è una vergogna.»
«È volpe siberiana!» urla lei, come se fosse un titolo nobiliare.
«È un animale morto!» urla lui, come se fosse un verdetto.
La fila esplode. Gente che commenta. Gente che sbuffa. Gente che dice “ma che è ‘sto teatro?”. Gente che tira fuori il telefono per filmare.
Io sto lì. Ferma. Con la mia divisa, il mio badge, e la mia voglia di scappare in Guatemala.
«Signò» dico, cercando di rimettere ordine. «Vuole pagà o no?»
Lei mi guarda come se fossi io la causa della deforestazione mondiale.
«Io voglio il prezzo giusto.»
«E io voglio un mojito sulla spiaggia, ma stamo tutte e due qua.»
Un ragazzo in fondo alla fila applaude. Io lo fulmino con lo sguardo: non mi serve un pubblico.
Alla fine, arriva il responsabile. Parla con la signora. Parla con l’animalista. Parla con me.
Dopo cinque minuti di discussione inutile, si scopre che il prezzo allo scaffale era sbagliato.
La signora vince. O almeno crede.
Paga, tutta tronfia, e se ne va. L’animalista la segue con lo sguardo, indignato. La fila riparte.
Io passo il prossimo prodotto. Bip.
E penso che, alla fine, il bip è l’unica cosa sincera in tutto questo supermercato.