
«Mi trovavo di passaggio a Verona, per andare a Brescia, avevo vent’anni ed ero innamorato; al bar della stazione avevo ordinato un cappuccino ed un cornetto, gli altri avventori, dei bei grappini; erano le sei del mattino. Lì bevono forte; quando lo vedi con i tuoi occhi è diverso da quando lo senti dire. Comunque. Tra gli avventori del bar c’era un vecchietto, parecchio brillo. Stava chiedendo a tutti di offrirgli un’altra grappa e, immancabilmente, tutti gli rispondevano che aveva già bevuto troppo, che era ora di fermarsi, che sarebbe stato meglio, per lui, tornare a casa: i soliti discorsi, scontati, da chi dispensa saggi consigli a piene mani, tanto sono gratis. Lui non si dava per vinto; aveva uno sguardo particolare, sincero, intenso, che parlava di una necessità, intima. Quando mi guardò, io capii, di colpo, capii. Andai dal barista: «Dia una grappa al signore, la pago io.»
«Ma vuole scherzare? Non vede che è già bello ubriaco, ha bisogno di andare a dormire»
«Lo dice lei. Lui, in questo momento, ciò di cui ha realmente bisogno, è solo un altro bicchiere. Mi creda.»
«Come vuole. Ma non gli fa certo bene…»
«Neanche i primi quattro gli hanno fatto bene, che dice? In questo momento non ha bisogno di una predica, ma di un altro bicchiere»
Nel bar calò il silenzio. Non credo che tutti abbiano capito; qualcuno, magari sì.
«Davvero una bella storia. Cosa hai visto in quello sguardo?»
«La necessità di chi vive nel presente.»
Mi fermo. Barbara mi guarda come guarda lei: con quella calma che non è mai indifferenza, ma attenzione pura. Non ha bisogno di intervenire, non ha bisogno di riempire lo spazio. Mi lascia finire.
Poi, con la sua voce che non spinge mai, ma arriva sempre, dice: «Sai, la maggior parte delle persone pensa che aiutare significhi correggere. Dire cosa sarebbe meglio. Indicare la strada giusta. Ma a volte… a volte aiutare significa solo riconoscere dove si trova davvero l’altro. Non dove dovrebbe essere.»
Annuisco. Non per darle ragione — anche se ce l’ha — ma perché sento che quella frase completa la mia storia meglio di quanto avrei fatto io.
«Quel vecchietto,» continua, «non aveva bisogno di essere salvato. Aveva bisogno di essere visto. E tu l’hai visto.»
«Non so se l’ho aiutato» dico.
«Non sempre si aiuta per cambiare qualcosa» risponde lei. «A volte si aiuta per non lasciare solo qualcuno, anche solo per un minuto.»
Rimango in silenzio. Ripenso al neon freddo del bar, al profumo di brioche, al tintinnio dei bicchieri. Ripenso a quel vecchietto che beveva come se ogni sorso fosse un modo per restare ancorato a qualcosa che non sapeva più nominare.
«Avevo vent’anni» dico. «E per un attimo ho avuto la sensazione di capire il mondo.»
Barbara sorride. «A vent’anni capita. Poi il mondo cambia, e tu ricominci da capo. Ma certe intuizioni… quelle restano.»
E mentre lo dice, capisco che non stiamo più parlando del vecchietto. Stiamo parlando di noi. Di come si attraversano le cose. Di come si impara a guardare senza voler aggiustare tutto.
«La necessità di chi vive nel presente» ripete lei, piano. «È una frase che dice più di quanto sembri.»
E per un momento, in quella cucina, o in quel bar, o in qualunque luogo ci troviamo quando parliamo così, ho la sensazione che il tempo si metta seduto con noi. Senza chiedere niente. Senza pretendere niente. Solo per ascoltare.