
Il confronto tra le teorie di David Bohm e Federico Faggin si colloca al centro di una riflessione profonda sulla natura della realtà e sui limiti della conoscenza scientifica contemporanea. Entrambi i pensatori, pur partendo da percorsi e contesti diversi, mettono in discussione l’interpretazione dominante della meccanica quantistica e, più in generale, l’idea che ciò che non è osservabile o misurabile con gli strumenti attuali debba essere considerato inesistente o privo di significato ontologico. Tuttavia, le loro risposte a questo problema divergono in modo sostanziale, delineando due prospettive distinte sul rapporto tra realtà, conoscenza e coscienza.
David Bohm sviluppa la sua riflessione a partire da una critica dell’interpretazione ortodossa della meccanica quantistica, in particolare della visione probabilistica e indeterministica che essa propone. Secondo tale interpretazione, non esiste una realtà ben definita al di sotto del livello delle osservazioni: le proprietà delle particelle non sono determinate prima della misura, e il comportamento del mondo quantistico è intrinsecamente casuale. Bohm rifiuta questa conclusione, ritenendola non una necessità della natura, ma il risultato di una limitazione teorica. Egli sostiene che debba esistere un livello più profondo della realtà, nel quale i fenomeni quantistici trovano una spiegazione causale e deterministica, anche se tale livello non è ancora accessibile agli strumenti sperimentali disponibili.
Per articolare questa visione, Bohm introduce il concetto di “ordine implicato”, distinto dall’“ordine esplicato” che corrisponde al mondo fenomenico osservabile. Nell’ordine esplicato gli oggetti appaiono separati e localizzati nello spazio e nel tempo; nell’ordine implicato, invece, la realtà è una totalità indivisa, in cui ogni parte contiene in qualche modo il tutto. Le particelle elementari non sono entità autonome, ma manifestazioni di una struttura più profonda e continua. In questo quadro, i fenomeni quantistici non sono privi di causa, ma riflettono dinamiche nascoste che non siamo ancora in grado di descrivere pienamente. La posizione di Bohm è dunque realista e, in un certo senso, ottimista: egli ritiene che l’attuale impossibilità di accedere a questo livello più profondo non giustifichi la conclusione che esso non esista, ma rappresenti piuttosto una sfida per lo sviluppo futuro della fisica.
Federico Faggin, pur condividendo l’insoddisfazione verso l’interpretazione standard della meccanica quantistica, intraprende un percorso concettuale differente. La sua riflessione non si limita a proporre un’estensione della fisica, ma mette in discussione il presupposto stesso secondo cui la realtà fondamentale sia di natura fisica. Secondo Faggin, la fisica descrive efficacemente il comportamento dei fenomeni osservabili, ma non coglie il livello più profondo dell’esistenza. Tale livello, a suo avviso, è costituito dalla coscienza, intesa non come prodotto del cervello o epifenomeno della materia, ma come realtà primaria.
Nella prospettiva di Faggin, ciò che chiamiamo mondo fisico emerge da un substrato di natura cosciente. Le entità fondamentali non sono particelle o campi, ma unità di coscienza dotate di esperienza e intenzionalità. La realtà materiale è una rappresentazione, una sorta di interfaccia che rende possibile l’interazione tra queste unità. In questo senso, il livello più profondo non è semplicemente “al di sotto” del quantistico in termini fisici, ma appartiene a un ordine ontologico differente, che richiede categorie nuove per essere compreso. La coscienza non è quindi un problema da spiegare all’interno della fisica, ma il principio a partire dal quale la fisica stessa deve essere reinterpretata.
Il confronto tra Bohm e Faggin evidenzia dunque una convergenza iniziale e una divergenza radicale. Entrambi rifiutano l’idea che la descrizione quantistica esaurisca la realtà e criticano la tendenza a trasformare i limiti metodologici della scienza in affermazioni ontologiche. Per entrambi, esiste un livello più profondo rispetto a quello attualmente descritto dalla fisica, e l’impossibilità di accedervi non implica la sua inesistenza. Tuttavia, mentre Bohm rimane all’interno di un paradigma fisico, cercando di ampliarlo attraverso nuovi concetti e modelli teorici, Faggin propone un cambiamento di paradigma più radicale, in cui la fisica diventa una scienza derivata da una realtà fondamentale di natura cosciente.
Un altro elemento di differenza riguarda il ruolo della determinazione. Bohm sostiene una visione deterministica della realtà, in cui ogni fenomeno ha cause precise, anche se nascoste. Il comportamento apparentemente probabilistico del mondo quantistico è, nella sua interpretazione, il risultato della nostra ignoranza delle variabili sottostanti. Faggin, invece, introduce un elemento di libertà legato alla coscienza: le unità fondamentali non sono semplicemente governate da leggi deterministiche, ma possiedono una forma di autonomia o intenzionalità. Questo porta a una visione della realtà meno meccanicistica e più vicina a una concezione esperienziale dell’esistenza.
Infine, i due autori si distinguono anche per il tipo di linguaggio e di strumenti utilizzati. Bohm sviluppa le sue idee all’interno della tradizione della fisica teorica, cercando di formulare modelli matematici coerenti con i dati sperimentali. Il suo approccio, pur innovativo, rimane ancorato ai criteri di verificabilità e formalizzazione propri della scienza. Faggin, al contrario, si muove su un terreno più filosofico, proponendo una visione che integra elementi scientifici, riflessioni sulla coscienza e considerazioni di carattere ontologico. La sua teoria non si presenta ancora come un modello formalizzato e testabile, ma come una proposta interpretativa che mira a superare i limiti del paradigma materialista.
In conclusione, il confronto tra Bohm e Faggin mette in luce due modalità diverse di affrontare una stessa insoddisfazione nei confronti della visione dominante della realtà. Bohm cerca di recuperare una profondità ontologica all’interno della fisica, ipotizzando un ordine implicato che renda conto dei fenomeni osservati senza rinunciare al realismo e al determinismo. Faggin, invece, propone di ripensare radicalmente il fondamento della realtà, attribuendo alla coscienza un ruolo primario e reinterpretando la fisica come una descrizione derivata. Entrambe le prospettive invitano a non considerare conclusivo l’attuale quadro teorico e a mantenere aperta la ricerca su ciò che potrebbe trovarsi al di là del livello quantistico, pur divergendo profondamente sulla natura di tale realtà e sui modi in cui essa può essere compresa.