
Io non so perché certe cose capitano sempre a me. Giuro, non lo so. Entro al supermercato per prendere due cose — due, eh — e finisce che esco con la pressione a mille, il sudore freddo e la sensazione che il mondo intero ce l’abbia con me. E poi dicono che uno esagera. No, io non esagero: io constato.
Comunque, la scena è questa: prendo un pacco di biscotti. Non un tartufo bianco, non un Rolex, dei biscotti. Sullo scaffale c’è scritto un prezzo. Alla cassa ne esce un altro. E già lì mi parte il battito. Perché io lo so come funziona: ti distrai un attimo e ti fregano cinquanta centesimi alla volta. E cinquanta oggi, cinquanta domani, alla fine ti sei comprato un motorino senza accorgertene.
Arrivo alla cassa. C’è lei. Sabrina.
Io non lo sapevo ancora, ma stavo per entrare in guerra.
Lei batte tutto con quella velocità da professionista consumata, che quasi ti ipnotizza. Poi arriva ai biscotti. Bip. Prezzo sbagliato. Io lo vedo subito. Mi si stringe lo stomaco. E allora, con tutta la calma del mondo — perché io sono una persona civile, eh — dico:
«Guardi che sullo scaffale c’era un altro prezzo.»
Lei si ferma. Lentamente. Come nei film quando il cattivo si gira piano piano e capisci che hai fatto la cazzata della tua vita.
«Ah sì?» fa lei, con quella voce che non è una domanda, è un avvertimento.
Io annuisco. E lì capisco che ho sbagliato. Ma ormai sono dentro. Non posso più tornare indietro.
«Sì, era più basso.»
Lei sbuffa. Ma non uno sbuffo normale. Uno di quelli che ti fanno capire che hai appena toccato un nervo scoperto. E poi parte.
«Vuole insegnarmi il mestiere?»
Così. Senza preavviso. Io rimango un attimo interdetto. Perché non è che volevo insegnarle niente. Volevo solo pagare il prezzo giusto. Ma lei mi guarda come se avessi appena insultato la sua famiglia fino alla settima generazione.
E allora mi scappa. Mi scappa quella frase che nella mia testa suonava come una constatazione, ma fuori è uscita come un giudizio di classe. Non la ripeto, perché non è elegante. Ma diciamo che… non ha aiutato.
Lei si raddrizza. Gli occhi le diventano due fessure. La vena sul collo pulsa. E io capisco che sto per essere disintegrato.
«Ah, quindi mo’ me spiega pure come funziona la vita, signò?» Signò. Me l’ha detto come se avessi ottant’anni e un cappello di feltro.
Io provo a recuperare. «No, ma guardi, io dicevo solo che—»
«No, lei nun diceva. Lei giudicava.»
E lì, davanti a tutta la fila, mi fa un discorso che manco mia madre quando avevo sedici anni e tornavo tardi. Mi smonta. Mi analizza. Mi radiografa l’anima. E tutto con quella precisione chirurgica che solo una romana verace può avere.
Io provo a ribattere, ma ogni volta che apro bocca peggioro la situazione. Mi escono frasi che nella mia testa sono difese, ma fuori sembrano accuse. E più parlo, più sprofondo.
La gente dietro di me guarda. Uno ride. Una signora scuote la testa come se fossi un caso umano da recuperare.
E io, dentro, penso: Alfonso aveva ragione. Sono un disastro vivente.
A un certo punto Sabrina si ferma, mi guarda dall’alto in basso e dice:
«Vede? Lei nun è cattivo. Lei è… confuso.»
Confuso. Detto così, con quella compassione che è peggio di un insulto.
Io pago. Esco. E mentre cammino verso la macchina, mi rendo conto che ho perso. Non la discussione. No. La dignità.
E la cosa più assurda? Il prezzo dei biscotti manco me lo ricordo più.