
Sto qui alla fermata da venti minuti buoni, con la macchina dal meccanico e l’autobus che, come sempre, decide di incarnare il concetto marxiano di assenza materiale. Quando arrivano loro due — tailleur grigio, sorriso da trappola per topi, passo sincronizzato — capisco subito che non porteranno buone notizie.
«Buongiorno, giovane» dice la più bacchettona, quella con l’aria da preside in missione divina. «Sa che il mondo sta per finire»
Io faccio un mezzo sorriso, quello diplomatico, quello che uso quando voglio evitare discussioni. «Signora, guardi, il mondo finisce tutti i giorni, basta leggere un bilancio aziendale»
Lei non ride. Ovviamente. «Noi parliamo della Fine vera. La Fine con la F maiuscola. Le profezie sono chiare. Lei è pronto»
«Pronto a cosa» chiedo, anche se so che non dovrei.
«A salvarsi. Perché solo chi accoglie la Parola potrà sopravvivere al grande crollo. Le guerre, le pestilenze, il caos morale… tutto annuncia l’Apocalisse.»
Io respiro. Cerco di essere gentile. Cerco. «Signora, con tutto il rispetto, l’Apocalisse l’abbiamo già: precarietà, salari da fame, sfruttamento… se vuole le presto Marx, almeno lì c’è una logica interna.»
Lei sgrana gli occhi come se avessi bestemmiato in diretta mondiale. «Marx non la salverà! Solo il Regno potrà proteggerla dal fuoco che verrà!»
«Guardi, il fuoco lo vedo già quando arriva la bolletta del gas. E il Regno, se esiste, spero abbia almeno il trasporto pubblico funzionante, perché qui…»
La seconda, quella più silenziosa, decide di intervenire: «Lei non capisce la gravità. I segni sono ovunque. Il male avanza.»
«Sì, infatti l’autobus non arriva. È chiaramente un segno.»
La bacchettona stringe il libretto come fosse un’arma. «Lei scherza, ma quando il mondo cadrà, riderà meno.»
«Signora, io rido poco già adesso. Però almeno non vengo a spaventare la gente alle fermate.»
A quel punto lei sbotta: «Noi portiamo la Verità!»
«E io porto pazienza. Ognuno fa quello che può.»
Silenzio. Sguardi indignati. Passo indietro sincronizzato. E poi si allontanano, offese, come se avessero tentato di evangelizzare un cinghiale.
Io rimango lì, solo, con la fermata vuota e l’autobus che continua a non arrivare. E penso che, in fondo, Marx non aveva previsto tutto… ma certe scene sì, le avrebbe apprezzate.
Le due bacchettone sono liquidate, e io rimango lì, solo, con l’autobus che continua a non manifestarsi. Sto quasi per godermi quei trenta secondi di silenzio quando, da sinistra, compare un tizio con un giubbotto catarifrangente e un blocchetto in mano.
Perfetto. Un altro emissario del destino.
«Scusi» mi fa, con l’aria di chi ha una missione. «Lei è il proprietario della Panda grigia parcheggiata lì dietro»
«Magari» rispondo. «La mia è dal meccanico. E comunque non parcheggio Panda grigie, è contro i miei principi estetici.»
Lui non coglie. «Perché quella Panda è in divieto. E io devo fare il mio lavoro.»
«Ma non è mia.»
«Sì, però lei è qui. Quindi magari la conosce.»
«Certo, perché noi marxisti abbiamo un’antenna speciale per le Panda altrui.»
Lui si gratta la testa, confuso. «Io devo solo compilare il verbale. Se lei sa qualcosa…»
«So che l’autobus non arriva. So che la mia macchina è smontata in un’officina. E so che oggi l’universo ha deciso di mandarmi tutti gli scocciatori disponibili sulla piazza.»
Lui sospira, come se fossi io quello difficile. «Guardi che se nessuno si presenta, io devo chiamare il carro attrezzi.»
«Chiami pure. Magari arriva prima dell’autobus.»
Lui mi guarda male. Io lo guardo peggio.
Poi, come se avesse ricevuto un segnale divino, si gira e se ne va, borbottando qualcosa sul “senso civico che manca”.
Resto di nuovo solo. Fermata vuota. Autobus fantasma.
E penso che, se arriva un terzo scocciatore, giuro che cambio fermata, città e forse anche sistema politico.