
La casa aveva cinque stanze, ognuna con un colore diverso, come se avesse voluto darmi un indizio su chi sarei diventata. La luce ci entrava con una naturalezza un po’ arrogante, come quelle persone che non bussano mai. I soffitti erano così alti che, da piccola, ero convinta che ci abitasse qualcuno sopra di noi — non un vicino, proprio un’entità che controllava tutto dall’alto.
Scaldarla era impossibile: i caloriferi erano vecchi, stanchi, rassegnati. Però il parquet color miele ci provava sempre a fare il suo mestiere: ti avvolgeva, ti diceva “dai, non è così male”.
La prima volta che ci sono entrata avevo otto anni e un vestito che pizzicava. Festa di compleanno di Edoardo, bambino timido con una casa enorme. Mia madre guardava le stanze come si guarda una vita che non si avrà mai. Mio padre, quella sera, ascoltò il racconto con un orecchio solo: tanto, diceva, certe case non capitano a noi.
Tre anni dopo, invece, ci siamo entrati davvero. La fortuna a volte ha un senso dell’umorismo tutto suo.
Ho vissuto lì dagli undici ai ventuno anni. In mezzo, un catalogo di scene che la casa si ricorda meglio di me.
Mia madre che mi interroga prima dell’esame, mio fratello che fa esplodere Lego ovunque. Mio padre che mi accompagna a scuola in ritardo cronico, ma mi fa scendere prima per non farmi vergognare. La prima mestruazione: un evento che sembrava epico e invece era solo un punto rosso che mi ha fatto pensare “ah, è tutto qui?”.
La separazione dei miei, annunciata attorno al tavolo color cielo della cucina. Ironia della sorte: a lasciare la casa dei sogni è stata proprio mia madre, quella che l’aveva desiderata di più.
Il divano blu su cui guardavamo film orrendi il sabato, e su cui ho visto cadere le Torri Gemelle. Sofia che dava ripetizioni a mio fratello mentre io piangevo sull’aoristo, come se fosse colpa sua. Moira che mi tradisce in un modo che non ricordo più, ma ricordo benissimo il vuoto che ha lasciato.
Mio padre che monta una tenda da campeggio nell’ingresso “per provarla”, e poi rimane lì tre mesi perché ci divertiamo troppo a passarci dentro. Finché la proprietaria non arriva all’improvviso e smontiamo tutto in dieci minuti, come se non fosse mai esistita.
Il mio cane che si addormenta tra le mie braccia, stanco di essere più vecchio di me. E Beatrice, la nuova compagna di mio padre, che mi prende la mano e la mette sul pancione: mia sorella che scalcia come se volesse uscire subito.
E lì ho capito che era ora di andare. La vita aveva bisogno di spazio, e la casa pure.
A volte mi chiedo quante cose possano contenere le pareti prima di scoppiare. Me le immagino gonfie, piene di ricordi che si spingono tra loro come palloncini troppo tirati. Quando passo davanti al portone, alzo lo sguardo verso le finestre e mi sembra che mi riconoscano. Ma fanno finta di niente, come fanno le case quando non vogliono sembrare sentimentali.
Edoardo, anni dopo, è tornato a vederla. Io l’ho accompagnato. Non ha detto una parola. Guardava le stanze come si guarda un vecchio amico che non si sa più come salutare.
Mia madre aveva detto che forse era venuto per vedere me. Io avevo fatto spallucce. Adesso lo so: non era venuto per me. Era venuto per dire alla casa una frase che conosco bene:
«Se per te va bene… io vado.»
Che è il modo più gentile che abbiamo per restare un altro po’.