
Responsabilità. Una parola che scritta è pesante. Detta ad alta voce lo è ancora di più. E a me, la responsabilità, non arriva mai quando dovrebbe. Arriva tutta insieme, come un temporale che non hai previsto.
Settembre del 2016: sono a Bratislava per un congresso, quello che poi sarà l’ultimo. La mia mesta uscita di scena dall’accademia. E proprio lì, tra poster scientifici e buffet tiepidi, capisco che qualcosa sta cambiando. Che una decisione che non ho preso io sta prendendo me.
L’ultima sera, una tavolata di giovani ricercatori festeggia: il passaggio a ordinario di M., il fidanzamento di R., il premio di F., il contratto di P. Io non so cosa sto festeggiando. Mi sento come se qualcuno avesse già scritto il mio nome su un documento che non ho firmato.
Vado in bagno ogni mezz’ora, come se potessi trovare una prova, un indizio, un segnale che mi dica: “È tutto sotto controllo.” Ma non c’è niente sotto controllo. C’è solo una sensazione che scorre dentro di me, come una cosa che si sta organizzando da sola, senza chiedere permesso.
Eppure una vita diversa credevo di desiderarla.
O forse trovavo erotica l’idea di me adulta. Fotogrammi in un cono di luce: io in un laboratorio, io con un camice, io che parlo a una platea, io che divento qualcosa. Io e Luca insieme da troppi anni per non essere annoiati. E allora la naturale evoluzione delle cose ci ha portati a sposarci, a immaginare un futuro, a desiderare un cambiamento. E poi a temerlo.
Torno a casa. La mail è lì. La chiamata. L’incarico. L’irreversibile. Una riga rossa sullo schermo che dice: “Congratulazioni.” E io non so se ridere o piangere.
La prima riunione. Una stanza bianca, un tavolo lungo, persone che parlano come se sapessero già tutto. Io no. Io guardo le loro bocche muoversi e penso: “Cosa si fa adesso? Si festeggia? Si scappa?” A me non viene niente.
«Vuoi vedere il progetto?» mi chiede la direttrice. Io annuisco. Una parte di me spera ancora in una via d’uscita. Ma poi vedo il dossier: centinaia di pagine, grafici, responsabilità che galoppano come un purosangue nella prateria. E già sovrascrivono la mia storia, come se la mia vita fosse solo un preambolo.
Eccolo il mio desiderio — o no? Eccolo fattosi materia. Anzi, fattosi ruolo. Altro ruolo. Altro ruolo dentro il mio. Che senso di estraneità. Che repulsione. Come una vertigine mi arriva addosso il sospetto che non sia stata io a scegliere, ma la vita a scegliere me. L’erotico Io si sgretola. Hai studiato, ti sei fatta da te, ti immaginavi altrove. E invece sei qui.
Eppure una vita diversa credevo di desiderarla.
Com’è sentirsi messa all’angolo? E se il motivo della tua venuta al mondo fosse questo? Essere funzione? Essere ingranaggio? Prestare il tuo tempo a un meccanismo che non hai costruito? Provo il rancore di chi si scopre parte di un sistema — non di un progetto, ma di un’inerzia. Il rintocco della vita adulta ha trovato il suo posto nella mia agenda.
Eppure, una vita diversa credevo di desiderarla.
Perché la metti così? Perché, se l’hai voluta, adesso trattieni il fiato? Perché stringi i denti? Infiniti perché. Infiniti sensi di colpa. Ce l’ho con tutti. Con mia madre, con le sue battutine sul “quando metterai la testa a posto”. Con Luca, che non c’è mai. Con me, che mi nascondo sotto cappotti larghi e risposte vaghe.
Non me l’ero immaginata così, la realizzazione. Nel cono di luce di un pomeriggio di marzo, fuori la neve tardiva, apro il dossier. Lo accarezzo come fosse vivo. Gli parlo sottovoce. Gli dico: “Vediamo cosa possiamo fare.”
E con un colpo di coraggio — o di resa — perdono la mia meschinità. E mi battezzo adulta.