
La verità è che ogni volta che vado da zio Alfonso mi riprometto di non farmi fregare. Entro, mi siedo, bevo il suo tè imbevibile, e mi dico: «Stavolta non gli do soddisfazione. Niente confessioni, niente sentimentalismi, niente di niente.» Poi lui mi guarda con quella faccia da ottimista professionista e puff, mi sciolgo come un cretino.
Oggi non fa eccezione. Mi sono seduto sul divano e ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente: «Zio, come ho fatto a non diventare un disastro ambulante?» Che poi, detta così, sembra quasi una battuta. Ma io lo pensavo davvero.
Lui, ovviamente, ha risposto come risponde sempre: con una metafora assurda. «Eri un prototipo.» Un prototipo. Io mi apro il cuore e lui mi dà del prototipo. Eppure… funziona. Con lui funziona sempre.
La cosa buffa è che da ragazzino lo trovavo insopportabile. Troppo presente, troppo allegro, troppo tutto. Io volevo solo sparire, lui invece insisteva a farmi esistere. Mi portava a scuola quando nessuno si ricordava di farlo, mi aspettava fuori dagli allenamenti, mi faceva trovare la cena pronta anche quando dicevo che non avevo fame. E non chiedeva mai spiegazioni. Mai. Come se sapesse che certe cose, se le nomini, peggiorano.
Quando gli ho detto che non era scappato mai, lui ha fatto quella sua risatina da filosofo da bar e ha risposto: «Io adoro i temporali.» E lì ho capito che sì, forse è vero: io ero un temporale. E lui uno che non aveva paura di bagnarsi.
La parte che mi ha colpito di più, però, è stata quando ha detto che non mi sono lasciato definire da quello che mi è mancato. Io non ci avevo mai pensato così. Per me era sopravvivenza, mica filosofia. E invece lui ci vedeva un merito. Un talento, addirittura.
E quando mi ha dato quella pacca sulla spalla e ha detto che sono la sua opera meglio riuscita… Beh, lì ho dovuto guardare altrove, perché se lo guardavo negli occhi mi veniva fuori qualcosa che non volevo far vedere. Non a lui, almeno. Non al mio ottimista di zio che riesce a trasformare ogni tragedia in un aneddoto divertente.
La verità è semplice: se oggi sono un uomo decente, è perché qualcuno, anni fa, ha deciso che valevo la pena. E non lo ha fatto con discorsi, o con grandi gesti. Lo ha fatto restando. Che è la cosa più difficile di tutte.
Non glielo dirò mai così, ovviamente. Gli ho detto solo «Grazie». E lui ha minacciato un’altra tazza di tè. Classico.
Ma mentre uscivo da casa sua, ho pensato una cosa che non gli dirò mai: che se lui è convinto di aver costruito me, io sono altrettanto convinto che lui, senza di me, si sarebbe annoiato da morire. E in fondo, forse, ci siamo salvati a vicenda.