
Nel 1938 la regione più ricca d’Italia non era la Lombardia, non era il Piemonte.
Era la Liguria — con un PIL pro capite 1,67 volte la media nazionale.
Nessuna regione italiana le stava vicino.
Genova in quegli anni era un cantiere a cielo aperto. I cantieri Ansaldo di Sestri Ponente sfornano incrociatori, mercantili, transatlantici. L’industria metalmeccanica gira a pieno regime. Le esportazioni marittime attraversano Atlantico e Mediterraneo.
La Liguria non era una regione turistica. Era un motore industriale che trascinava l’intera economia italiana.
Poi arriva il dopoguerra. E qui inizia qualcosa di difficile da spiegare.
Dal 1951 la discesa è costante, silenziosa, quasi invisibile. La Lombardia accelera: nel 2011 è già a 1,29 volte la media nazionale. La Liguria, nello stesso anno, è ferma a 1,06.
Dal primato assoluto a una posizione mediana in settant’anni — con un tasso di crescita medio annuo del 1,65%, contro il 2,55% della media nazionale.
I cantieri chiudono o ridimensionano. La deindustrializzazione svuota la costa. Quello che era il cuore manifatturiero del nord-ovest diventa piano piano una destinazione estiva.
Oggi la Liguria è percepita come una terra di pensionati, caruggi e turisti con la valigia. La storia industriale che la portò in cima all’Italia è sepolta sotto strati di cartoline.
Una delle economie più dinamiche d’Europa si è dissolta — e quasi nessuno ha notato quando è successo.
In breve:
Nel 1938 la Liguria era la regione più ricca d’Italia, con PIL pro capite a 1,67x la media nazionale.
A trascinarla in cima erano i cantieri navali di Genova, l’industria metalmeccanica e le esportazioni marittime.
In settant’anni è scivolata a 1,06x la media: dal primato assoluto a una posizione mediana, quasi senza che nessuno se ne accorgesse.