
Giampaolo Pansa, la penna scomoda che da sinistra criticò la Resistenza
Giampaolo Pansa se n’è andato il 12 gennaio 2020, a 84 anni. Giornalista di razza, inviato, editorialista, autore di bestseller tradotti in mezzo mondo, è stato uno degli intellettuali più discussi e combattuti dell’Italia repubblicana. Ma soprattutto è stato l’uomo che, da solo o quasi, ha rotto il tabù più resistente della memoria nazionale: la narrazione intoccabile della Resistenza come mito fondativo perfetto e immacolato.
Nato nella città identitaria di Casale Monferrato il 1° ottobre 1935, Pansa è rimasto profondamente legato alla sua terra piemontese. In una delle sue ultime interviste confessò: «Ricordo che da bambino vidi passare sulla mia testa, a Casale Monferrato, le Fortezze Volanti americane che andavano a bombardare la Germania». Quelle immagini di guerra vissute da piccolo, sotto un cielo attraversato dagli alleati, lo segnarono profondamente e tornarono spesso nei suoi racconti come monito sulla brutalità di ogni conflitto.
Cresciuto in una famiglia modesta, Pansa si laureò in Scienze Politiche a Torino con una tesi sulla Resistenza e iniziò giovanissimo la carriera giornalistica. Fu cronista all’«Espresso», poi inviato di guerra per «La Stampa» e «la Repubblica», quindi editorialista del «Corriere della Sera». Per decenni fu considerato uno dei giornalisti di sinistra più acuti e taglienti d’Italia. Si occupava però anche di storia (a partire come detto dalla sua tesi di laurea, pubblicata nel 1967), scrivendo fra 1969 un saggio sulle forze della RSI, “L’esercito di Salò”, in cui sosteneva una visione allineata alla vulgata del suo tempo ma già con le prime crepe, tanto che il suo libro fu apprezzato da reduci di Salò. Ma proprio a partire da quegli studi iniziò il suo cambiamento, e fu nella seconda parte della sua vita che divenne davvero ingombrante.
A partire dal 2003, con “Il sangue dei vinti”, aprì un fronte che gli valse insulti, contestazioni violente e l’ostracismo di gran parte della cultura ufficiale. In quel libro, un vera e propria bomba editoriale, provenendo da una firma storicamente di sinistra, e nei successivi (“La grande bugia”, “I vinti non dimenticano”, “Bella ciao” e altri), Pansa raccontò la faccia rimossa della guerra civile 1943-1945: le esecuzioni sommarie di fascisti e presunti tali anche dopo la fine delle ostilità, i massacri nelle “zone liberate”, le foibe, le atrocità del “triangolo rosso” emiliano, le violenze sulle donne della RSI. Documenti alla mano, nomi e date.
In un’intervista del 2010 a “Storia in Rete” ribadì con orgoglio di non essersi mai pentito: «Non ho niente da correggere per i miei lavori precedenti. […] A fronte di sette libri ricchi di date, di nomi, di vicende spesso ricostruite per la prima volta, non ho mai ricevuto una lettera di rettifica, dico una! E non sono mai stato citato in tribunale». E ancora, sulle accuse di scarso rigore scientifico: «Mi metto a ridere! Rido e me ne infischio, perché la considero un’accusa grottesca. […] Tutte le mie fonti sono sempre indicate all’interno del testo, per rispetto verso il lettore».
Pansa non si è mai considerato di destra. Anzi, rivendicava le sue origini di «ragazzo di sinistra». Proprio per questo la sua critica risultava ancora più urticante. Attaccò duramente il PCI di Togliatti, Longo e Secchia, accusandolo di aver trasformato la Resistenza in uno strumento per conquistare il potere e rendere l’Italia satellite dell’URSS. «La Resistenza italiana [fu] dominata dalla presenza di un unico partito organizzato, il PCI […] che aveva un traguardo preciso: conquistare il potere». Non risparmiò nemmeno l’ANPI, che definì trasformata «in un club quasi di partito» e in uno «strumento nelle mani della Sinistra radicale».
Sul brigantaggio post-unitario, visto dalla prospettiva di piemontese, fu altrettanto netto e revisionista: «Ritengo che questo fenomeno fosse una forma di resistenza delle classi dirigenti del Mezzogiorno nei confronti dei Savoia per quella che era un’occupazione militare. […] I piemontesi non sono andati con la mano leggera al sud, e lo dico parlando da piemontese».
Pansa non ha mai amato le celebrazioni ufficiali né le retoriche. Sull’Unità d’Italia e sul Risorgimento si disse scettico verso le commemorazioni di Stato. Guardando alla politica, conservava una certa nostalgia per la Prima Repubblica e per figure come Alcide De Gasperi («il più grande di tutti»), Amintore Fanfani o Bettino Craxi, pur non avendo mai votato DC. Denunciava invece la mediocrità della Seconda Repubblica e la «guerra civile di parole» che ancora divide l’Italia.
Morì lasciando un’eredità divisiva: amato da chi cercava verità scomode, odiato da chi considerava intoccabile la vulgata resistenziale. I contestatori del centro sociale Militant di Roma, che nel 2006 lo avevano aggredito a Reggio Emilia con lo striscione «Triangolo rosso, nessun rimorso», dopo la sua morte scrissero che per loro era «un giorno un po’ meno di merda del solito».
Giampaolo Pansa, il casalese con la penna affilata, ha pagato di persona il prezzo della coerenza. Ma i suoi libri continuano a vendere, a essere letti e discussi. Perché, come lui stesso ripeteva, la storia non si può imbavagliare per sempre.