
Per 131 anni Prato ha dovuto chiedere il permesso a Firenze.
Non per una questione burocratica secondaria. Per tutto — dalle strade alle scuole, dalla pianificazione urbana all’amministrazione quotidiana. La città che Firenze aveva sottomesso secoli prima era, sulla carta, ancora una sua suddita.
Andiamo con ordine. Quando nel 1861 nasce il Regno d’Italia e si disegnano le province, Prato finisce dentro quella di Firenze. Logistica postunitaria, dicono. Ma Prato non ha mai dimenticato che Firenze l’aveva comprata — letteralmente — nel 1351, pagando 17.500 fiorini d’oro all’imperatore Carlo IV.
Cinquecento anni dopo quella transazione, Prato stava ancora a guardare Firenze gestire i suoi affari.
Nel frattempo, Prato cresceva. Diventava una delle capitali mondiali del tessuto. Attirava operai, famiglie, investimenti. Negli anni Settanta era già una città industriale di rilievo europeo, con decine di migliaia di imprese nel distretto laniero.
Eppure non aveva provincia.
Aspetta — perché qui arriva la parte assurda. Quando il 16 aprile 1992 ottenne finalmente la propria provincia, Prato aveva quasi 200.000 abitanti ed era ufficialmente il comune non capoluogo più popolato d’Italia. Una città da 200.000 persone che per legge faceva riferimento a un’altra città come se fosse una periferia.
La nuova provincia di Prato, istituita con soli 7 comuni, è oggi una delle più piccole d’Italia per estensione territoriale. Ma nessuno, da quelle parti, si lamenta delle dimensioni.
131 anni di campanilismo non si vincono con un territorio grande. Si vincono con il 16 aprile 1992.
In breve:
Prato rimase nella provincia di Firenze per 131 anni, dall’Unità d’Italia al 1992.
Al momento dell’istituzione della propria provincia era la città italiana più grande senza capoluogo, con quasi 200.000 abitanti.
La provincia di Prato, formata da soli 7 comuni, è tra le più piccole d’Italia per estensione.