
Quello che la maggior parte di noi pensa di sapere sui samurai è sbagliato.
E la verità è molto più affascinante del film che ci hanno venduto per cinquant’anni.
Ti faccio una domanda. Quando ti dico “samurai”, cosa vedi?
Probabilmente un guerriero con la katana. Una corazza. Un elmo con corni. Lo sguardo feroce. Lo vedi saltare sui tetti, combattere in duelli spettacolari, morire in battaglia come nei film di Kurosawa o in Last Samurai.
Hai in testa il sangue. L’acciaio. La disciplina marziale.
Tutto parzialmente vero. E in gran parte sbagliato.
Il samurai storico passava la maggior parte della sua vita a non combattere.
Se eri un samurai nel periodo Edo, quello che va dal 1603 al 1868, la probabilità che tu facessi davvero una battaglia vera nella tua vita era bassissima. Il Giappone era in pace. Duecentocinquanta anni quasi ininterrotti di pace interna. Un caso quasi unico nella storia mondiale.
E allora cosa faceva un samurai tutto il giorno?
Ecco le cose che nessuno ci ha mai raccontato.
1. Studiava calligrafia ogni mattina.
In giapponese si chiama shodo (書道), la via della scrittura. I samurai di alto rango si alzavano all’alba e passavano le prime ore del giorno con un pennello in mano, copiando caratteri su rotoli di carta di riso.
Perché? Perché credevano che un tratto esitante rivelasse una mente esitante. Una mano tremante, un cuore tremante. La calligrafia era un modo per allenare il carattere prima ancora della mano. Un samurai che scriveva male non era considerato un samurai completo.
2. Studiava poesia.
Molti samurai erano poeti. Scrivevano haiku, tanka, versi più lunghi. La poesia non era un passatempo romantico. Era una disciplina.
Un samurai doveva saper comporre un haiku su richiesta, in qualunque momento, davanti a qualunque pubblico. Prima di una battaglia, si scambiavano poesie con l’avversario. Prima del rito di seppuku, il guerriero doveva scrivere una poesia di addio, il cosiddetto jisei no ku, la poesia di morte.
Ne sono rimaste migliaia. Alcune sono tra le cose più belle mai scritte in lingua giapponese.
3. Praticava la cerimonia del tè.
Il chado (茶道), la via del tè, era considerato un addestramento spirituale per il guerriero. Saper preparare una tazza nel modo corretto, con i gesti giusti, il tempo giusto, il silenzio giusto, era ritenuto difficile quanto saper combattere con la spada.
Alcuni dei più grandi maestri del tè della storia giapponese erano samurai. Furuta Oribe, Sen no Rikyu, Hosokawa Sansai. Combattevano con la spada al mattino, servivano il tè al pomeriggio.
4. Amministrava il territorio.
Con la pace prolungata, la maggior parte dei samurai era diventata di fatto funzionaria pubblica. Riscuoteva le tasse. Teneva i registri catastali. Risolveva controversie tra contadini. Controllava che i ponti fossero in ordine.
I samurai erano la spina dorsale amministrativa del Giappone Edo. Più vicini a un alto funzionario di stato che a un guerriero mercenario.
5. Leggeva i classici cinesi.
Confucio, Mencio, Sun Tzu, le grandi opere di storia. Un samurai analfabeta era una contraddizione in termini.
Nel Giappone feudale erano tra le persone più istruite del paese. La loro cultura media era enormemente superiore a quella della nobiltà europea dell’epoca.
E qui c’è qualcosa che sorprende chi lo scopre per la prima volta.
I samurai erano scesi a patti con un’idea che per noi è insopportabile: l’idea di essere pronti a morire in qualunque momento. Senza drammi. Senza rimandare. Senza illusioni.
Questa idea non era depressione. Non era culto della morte. Era una tecnica di vita.
C’è un testo giapponese del 1716 che si chiama Hagakure. L’ha scritto un samurai di nome Yamamoto Tsunetomo. La frase più famosa del libro è: “La via del samurai si trova nella morte.”
Letta con occhi occidentali, suona terribile. Suona come un elogio del suicidio o dell’eroismo kamikaze.
Non è così.
Quello che Yamamoto voleva dire era l’opposto. Se ti alzi ogni mattina e accetti che quella potrebbe essere la tua ultima giornata, smetti di rimandare. Smetti di aspettare il momento giusto per dire a tua madre che le vuoi bene. Smetti di posticipare quella telefonata. Smetti di fare le cose male con la scusa che le farai bene l’anno prossimo.
La preparazione quotidiana alla morte era in realtà una preparazione quotidiana a una vita vera, non rimandata.
Il rito del seppuku, quello che in Occidente chiamiamo harakiri, era la manifestazione più estrema di questa filosofia.
Ma è stato raccontato male.
In Occidente lo vediamo come un suicidio sanguinario. In realtà, nel Giappone Edo, era diventato un rituale altamente codificato. Con un cerimoniale preciso. Un kimono bianco. Un cuscino. Una tazza di sake. Una poesia scritta poco prima. E un secondo, il kaishakunin, un amico fidato che dava il colpo di grazia per abbreviare la sofferenza.
Non era un’azione impulsiva. Era un atto di responsabilità, spesso scelto per evitare che il disonore ricadesse sulla famiglia.
Un’altra cosa che pochi sanno: anche le donne dei samurai venivano addestrate.
Si chiamavano onna-bugeisha. Studiavano letteratura, poesia, calligrafia, cerimonia del tè. Imparavano a usare la naginata, una spada a lungo manico perfetta per una donna contro un uomo armato. Gestivano le finanze di casa. Educavano i figli alla stessa disciplina dei padri.
In molte storie giapponesi sono loro le vere custodi del codice del guerriero.
Il codice si chiama bushido (武士道), la via del guerriero.
Fu codificato formalmente molto tardi, nel 1900, da uno studioso giapponese di nome Nitobe Inazo, in un libro scritto in inglese per spiegare ai lettori occidentali cosa fosse davvero lo spirito giapponese. Il libro si chiama Bushido, l’anima del Giappone.