
Pochi film hanno il potere di parlare direttamente alla nostra parte ancestrale, mentre sonnecchia nell’amigdala come un serpente sotto la roccia scaldata dal sole. Un tranquillo weekend di paura del regista inglese John Boorman, uscito nel 1972, appartiene a questa categoria di opere cinematografiche che possiamo definire disturbanti proprio perché in grado di risvegliare la nostra parte animalesca, istintiva.
Le regole e le comodità della società civilizzata riescono solo a sedare gli impulsi primordiali. Ma a pensarci bene, il senso di incolumità che ne deriva è solo una pia illusione. È come una bolla di sapone che può scoppiare da un momento all’altro, per un alito di vento, il dito curioso di un bambino, un ago di pino. Il film di Boorman è un pugno nello stomaco perché ci sbatte in faccia una verità che abbiamo dimenticato. La civiltà come la intendiamo oggi, strutturata in modo da prevenire la sopraffazione e punire i trasgressori, è delicata come una pianta rara. Ha bisogno di cure, attenzioni, affinché continui a germogliare e a fiorire.
Ma non è detto che basti. Le condizioni in grado sospendere lo Stato di diritto sono fin troppo facili a realizzarsi, anche in città, dove gli uomini nidificano con la certezza di essere al riparo. Basta incontrare la persona sbagliata, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, magari sulla strada di casa, a tarda sera, quando in giro non c’è più nessuno. In quell’attimo la protezione di forze dell’ordine, giudici e tribunali prende la forma di una promessa mancata. In una frazione di secondo si piomba in una dimensione arcaica, pre-sociale, del tutto simile allo “stato di natura” descritto da Hobbes nel Leviatano. Senza leggi, senza autorità “l’uomo è un lupo per l’uomo“. L’interesse personale si compie nello scontro con l’altro, l’istinto animalesco di sopravvivenza torna a ruggire, l’uso della violenza può rivelarsi l’unico mezzo necessario.
Ed è quello che accade ai quattro protagonisti di Un tranquillo weekend di paura. Ma non solo, perché esiste una minaccia superiore a quella dell’uomo sull’uomo: la natura, forza primordiale e indomabile che osserva con sguardo indifferente gli esseri umani mentre si affannano nel tentativo di dare un senso alla vita. L’umanità, nella sua infinita arroganza, vive nella convinzione di averla domata.
Ridurla a ornamento nelle città, a panorama o a strumento mediante le grandi opere ingegneristiche ci abitua alla sua presenza silenziosa, neutra. Eppure basta un evento climatico sopra la media, o un gesto avventato come accade nel film, per ritrovarsi impotenti al suo cospetto.
Un tranquillo weekend di paura tiene assieme la forza distruttrice degli elementi naturali e la rapacità dell’uomo verso i suoi simili una volta lontani dalla civiltà. Per questo motivo, a più di cinquant’anni dalla sua uscita, il film di John Boorman è ancora capace di affascinarci mentre ci disturba, risucchiandoci in un vortice di eventi fuori dall’ordinario…