
Il sonetto non nasce a Londra né a Firenze. Nasce in un ufficio notarile siciliano.
E il mondo lo ha completamente dimenticato.
Siamo a Palermo, 1233. Federico II tiene corte — imperatore del Sacro Romano Impero, re di Sicilia, uno degli uomini più potenti d’Europa. Intorno a lui gravitano poeti, filosofi, scienziati. E notai.
Uno di questi notai si chiama Jacopo da Lentini. Viene da Lentini, provincia di Siracusa. Fa il funzionario imperiale, redige atti, segue la corte itinerante da Policoro a Palermo via Messina, Catania, Enna.
Nel mezzo di tutto questo lavoro burocratico, inventa una cosa.
Prende 14 endecasillabi. Li divide in due quartine e due terzine. Codifica schemi di rime. Dà a questa struttura un nome: sonetto.
Non è un’invenzione minore. È la forma poetica che dominerà tutta la letteratura occidentale per gli otto secoli successivi.
Aspetta.
Dante Alighieri lo cita nel Purgatorio come “il Notaro” — caposcuola della poesia italiana. Petrarca prende quella struttura e ci scrive 317 sonetti nel Canzoniere. Shakespeare la porta in Inghilterra e ci scrive sopra 154 sonetti.
E poi non si ferma più.
Il sonetto viaggia in spagnolo, francese, portoghese, tedesco. Arriva nelle colonie africane, nelle Americhe. Entra nel rap afroamericano e nella poesia postcoloniale. Oggi viene scritto in oltre 20 lingue su ogni continente.
Spoiler: tutto parte da quell’ufficio notarile in provincia di Siracusa.
Milioni di componimenti. Secoli di letteratura mondiale. Tutti figli di un notaio siciliano che nessuno sa nominare.
Shakespeare lo sanno tutti. Jacopo da Lentini, no. Eppure senza Lentini non esiste Shakespeare.
In breve:
Jacopo da Lentini, notaio siciliano alla corte di Federico II, inventò il sonetto intorno al 1233 a Palermo
Quella struttura di 14 versi è diventata la forma poetica più diffusa al mondo: da Petrarca a Shakespeare fino al rap afroamericano
Il suo nome è quasi sconosciuto, nonostante abbia dato origine a milioni di componimenti in oltre 20 lingue