
Quella collina di Roma non è una collina. È una discarica imperiale.
A Testaccio c’è una altura di 35 metri che sembra uscita dalla geologia. Ci crescono sopra alberi, ci passano i turisti, ci si appoggiano i locali notturni. Nessuno si ferma a chiedersi perché sia lì.
Si chiama Monte Testaccio — da testa, il termine latino per “coccio” — ed è interamente artificiale. Non una pietra, non un grammo di terra originale: solo frammenti di anfore scaricati con metodo, strato su strato, per oltre un secolo.
I Romani iniziarono ad ammucchiarla intorno al 140 d.C. e non si fermarono fino alla metà del III secolo. Ogni giorno, carri carichi di cocci risalivano dal porto fluviale sul Tevere lungo due stradelle appositamente costruite, scaricavano il carico, e tornavano giù.
Il risultato è una collina con una circonferenza di circa 1 chilometro e una superficie di 22.000 metri quadrati — più grande di molte piazze italiane.
Aspetta. Fin qui sembra solo un’enorme pattumiera.
Poi guardi cosa c’è dentro.
Oltre 53 milioni di frammenti di anfore olearie. Tre quarti arrivano dalla Betica — l’attuale Andalusia — percorrendo tutto il Mediterraneo su navi da carico dirette a Roma. Il resto dall’Africa settentrionale. Erano le anfore dell’olio imperiale: ogni trasporto, ogni consegna, ogni barile d’olio che arrivava nella capitale finiva per lasciare un coccio su quella collina.
Le anfore non potevano essere riusate: non erano smaltate internamente, e dopo un solo utilizzo trattenevano residui che avrebbero contaminato il carico successivo. Non si riciclavano, non si buttavano in giro. Si rompevano, si calcinavano con la calce per neutralizzare l’odore rancido, e si impilавано in modo preciso come mattoni.
E qui arriva il dettaglio che cambia tutto.
Gli strati non sono casuali. Sono così ordinati, così metodici, che sugli stessi cocci gli archeologi hanno trovato le date consolari — le date ufficiali dell’anno romano, scritte direttamente sui frammenti. Una discarica con un archivio integrato. Un registro dell’approvvigionamento alimentare di un intero impero, conservato sottoterra nel mezzo di Roma.
La Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali definisce Monte Testaccio uno dei siti più straordinari dell’archeologia romana. Ma dall’esterno sembra solo una collina verde tra i palazzi.
La più grande discarica industriale del mondo antico è ancora lì, a Testaccio, e ci si fa l’aperitivo sopra.
In breve:
Monte Testaccio è una collina artificiale di 35 metri nel rione Testaccio a Roma, fatta interamente di cocci di anfore romane
Fu costruita tra il 140 d.C. e la metà del III secolo con oltre 53 milioni di frammenti di anfore olearie, per lo più dalla Betica (Andalusia)
Gli strati sono così precisi che gli archeologi hanno trovato sulle anfore le date consolari romane scritte direttamente sui cocci