
Nel 1973, i Pink Floyd stavano ultimando le registrazioni di un album destinato a cambiare la musica per sempre. Durante le sessioni negli studi di Abbey Road, la band sentiva che il brano strumentale “The Great Gig in the Sky” mancava di una componente umana viscerale. Su suggerimento del tecnico del suono Alan Parsons, venne contattata una giovane corista di venticinque anni, Clare Torry.
Quando la Torry arrivò in studio, i membri della band le diedero poche istruzioni, spiegandole che il disco trattava temi profondi come la vita e la morte e che lei avrebbe dovuto improvvisare seguendo quelle suggestioni, ma senza pronunciare alcuna parola. Inizialmente intimidita, la cantante chiese scusa preventivamente, temendo che la sua performance potesse risultare inadatta. Entrò nella sala di registrazione, indossò le cuffie e, alla prima ripresa, diede vita a un assolo vocale di incredibile potenza emotiva, trasformando la sua voce in uno strumento capace di urlare dolore e passione.
Dopo appena due o tre tentativi, la Torry uscì dalla sala convinta di aver fallito e si scusò di nuovo con la band per aver gridato troppo. In realtà, Roger Waters, David Gilmour e gli altri erano rimasti senza parole. Quell’improvvisazione divenne il cuore pulsante del brano, un pilastro di “The Dark Side of the Moon” che avrebbe reso la voce di Clare Torry immortale nella discografia mondiale. Per quella sessione di pochi minuti, la cantante ricevette il compenso standard di trenta sterline, ignara del fatto che la sua voce sarebbe diventata uno dei simboli più iconici della storia del rock.