
Davide Ruggero nasce in Calabria nel 1970, studia biologia molecolare alla Sapienza di Roma, poi finisce all’Università della California di San Francisco, uno dei centri di ricerca oncologica più competitivi al mondo.
È lì che lui e il suo team arrivano dove altri si erano fermati.
La scoperta riguarda una proteina chiamata PD-L1. I tumori la producono in grandi quantità per avvolgersi in quello che i ricercatori hanno definito un mantello dell’invisibilità molecolare — uno schermo chimico che convince il sistema immunitario che lì non c’è nessun nemico da attaccare.
Fino al 2019, i farmaci esistenti cercavano di bloccare questa proteina dopo che era già stata prodotta. Un po’ come cercare di raccogliere il fumo dopo l’incendio.
Ruggero e il suo team hanno trovato qualcosa di diverso: il meccanismo esatto con cui le cellule tumorali costruiscono PD-L1, copiando le istruzioni dall’mRNA — e hanno sviluppato un composto capace di interrompere quella costruzione alla fonte, prima che il mantello si formi.
Aspetta. Perché il bello arriva adesso.
Il composto è stato testato sul cancro al fegato — la seconda causa di morte oncologica al mondo — e i risultati preclinici sui modelli murini mostrano una riduzione tumorale reale: le cellule immunitarie, finalmente, vedono il bersaglio.
E non si ferma al fegato. Lo stesso meccanismo risulta attivo in tumori aggressivi di linfoma, colon e polmone.
Lo studio è stato pubblicato su Nature Medicine nel gennaio 2019 con Ruggero come autore senior. Già in quella data il composto era entrato in sperimentazione clinica sull’uomo.
Un ricercatore calabrese, in uno dei laboratori più citati al mondo — oltre 29.000 citazioni su Google Scholar — ha spostato il problema di un passo indietro rispetto a dove tutti stavano guardando.
Non neutralizzare il travestimento. Impedire che venga cucito.
In breve:
Davide Ruggero, calabrese classe 1970, ha identificato il meccanismo con cui i tumori producono la proteina PD-L1 — il ‘mantello dell’invisibilità’ che li nasconde al sistema immunitario
Il suo team ha sviluppato un composto che blocca quella produzione alla fonte, testato sul cancro al fegato (2ª causa di morte oncologica mondiale)
Lo studio è su Nature Medicine (2019) e il composto era già in sperimentazione clinica sull’uomo al momento della pubblicazione