
Quattro anni di silenzio stampa. Quattro.
Quattro anni a evitare le conferenze come si evita la suocera. A scegliersi i giornalisti, i microfoni, le luci, gli angoli di ripresa. Quattro anni di monologhi davanti allo specchio.
E adesso che ha due pseudo decreti da agitare in tv come trofei, si è ricordata che esiste anche la stampa.
Peccato che la stampa, ieri, le abbia ricordato che esiste anche il caso Minetti.
E lei, Giorgia Meloni, è esplosa.
“Mi avete fatto otto domande sul caso Minetti”. Un eccidio, evidentemente.
Poi parte con il piagnisteo: “Voi domani fate il titolo su questo e il mio lavoro è diventato inutile anche oggi. Posso chiedervi ogni tanto di parlare anche di quello di cui io sono responsabile e mi sto occupando? Perché le sue domande sono un po’ campate in aria”.
E infine, quando le chiedono se sa qualcosa dei rapporti tra il suo Ministro della Giustizia e il compagno della Minetti, sbrocca in romanesco come la vicina che urla al portinaio: “Ma conoscenze de chi? Di quando, di come, di che stiamo parlando?”.
Praticamente, dopo quattro anni di latitanza, si presenta davanti ai giornalisti pretendendo che facciano la cronaca commossa dei suoi annunci.
E quando uno osa chiederle del Ministro della Giustizia che ha firmato il parere favorevole a una grazia con dentro buchi grandi come l’Aurelia, lei sbotta, sbuffa, alza la voce.
Otto domande le sembrano troppe?
Per quattro anni di silenzio, gliene dovremmo fare ottocento.
E si rilassi, Presidente. Smetta di sclerare ogni volta che qualcuno apre bocca. Smetta di trattare i giornalisti come bambini molesti.
La pacchia è finita.