
A Pescara spesero 1,1 milioni di euro per un calice gigante firmato da uno degli architetti più famosi al mondo. Il freddo di febbraio lo fece esplodere in piazza dopo 62 giorni.
Era il 14 dicembre 2008. Piazza Salotto — cuore della città, progettata da Luigi Piccinato nel dopoguerra — si dotava di un nuovo simbolo: l’”Huge Wine Glass” di Toyo Ito, archistar giapponese con decine di musei e grattacieli al suo nome. Un calice in resina acrilica, 5 metri di altezza, base quadrata di 2 metri.
Doveva essere un’icona urbana. Qualcosa che mettesse Pescara sulla mappa dell’architettura contemporanea.
La mappa non arrivò mai.
Alle 14:25 del 15 febbraio 2009 si udì in piazza un botto “come una cannonata”. La struttura iniziò a sfaldarsi davanti ai passanti sotto lo sbalzo termico invernale abruzzese — lo stesso inverno che ogni abruzzese conosce benissimo. I vigili del fuoco transennarono la zona. I costruttori parlarono di “incompatibilità dei materiali”. Toyo Ito ricevette la notizia via telegrafo.
L’opera era in pezzi. La piazza rimase transennata e nascosta da pannelli bianchi per anni.
E qui arriva il dettaglio che nessuno dimentica: il sindaco Luciano D’Alfonso, quello che aveva voluto e firmato l’opera, era finito agli arresti domiciliari pochi giorni dopo l’inaugurazione. Il calice era nato già senza il suo padre politico.
Spoiler: il Comune di Pescara non era nemmeno proprietario dei diritti sull’opera. Quelli rimasero a Toyo Ito.
Nel 2017 — otto anni dopo — il Comune e l’archistar raggiunsero un accordo: Toyo Ito avrebbe creato gratuitamente un nuovo concept per la città, e il Comune avrebbe archiviato il contenzioso legale. Gratis, stavolta.
1,1 milioni di euro. 5 metri di resina acrilica. 62 giorni.
Il freddo abruzzese non ha letto il curriculum di Toyo Ito.
In breve:
L’”Huge Wine Glass” di Toyo Ito costò 1,1 milioni e durò 62 giorni in Piazza Salotto a Pescara
Il 15 febbraio 2009 uno sbalzo termico lo fece esplodere davanti ai passanti
Il sindaco che l’aveva voluto era già agli arresti; il Comune non era nemmeno proprietario dell’opera