
Nel 1770 anche Mozart dovette sostenere un esame. E non lo passò da solo.
Aveva 14 anni. Era già il prodigio d’Europa — corti, composizioni, tournée da quando ne aveva 6. Eppure quando arrivò a Bologna, dovette mettersi seduto e fare il compito come tutti.
L’Accademia Filarmonica di Bologna era stata fondata nel 1666 ed era diventata, nel Settecento, l’istituzione musicale più autorevole del continente. Avere il suo attestato significava poter lavorare come musicista di corte in qualsiasi capitale europea. Nessuno entrava per acclamazione — nemmeno Mozart.
L’esame consisteva in una prova di contrappunto in stile gregoriano: regole antiche, precise, senza margine. Mozart si sedette nella sede di via Guerrazzi 13 e scrisse la sua soluzione.
E qui arriva il bello.
Di quella giornata del 9 ottobre 1770 ci sono rimasti tre manoscritti. Tre. Il primo è il compito originale di Mozart: pieno di errori. Il secondo è la versione corretta scritta da Padre Martini — il direttore dell’Accademia, il musicologo più influente d’Europa, il mentore che Mozart aveva frequentato durante il soggiorno bolognese. Il terzo è quello consegnato ufficialmente: perfetto, senza errori, nella grafia di Mozart.
Spoiler: è la copia della versione di Padre Martini.
Nessuno lo scoprì subito. I tre manoscritti tornarono alla luce solo nel 1858, quasi novant’anni dopo, quando il bibliotecario Gaetano Gaspari li trovò negli archivi del Liceo musicale bolognese. Due sono ancora esposti a Bologna oggi.
Mozart superò l’esame. Fu ammesso all’Accademia. Padre Martini non disse nulla.
L’Accademia Filarmonica di Bologna è ancora attiva, nella stessa sede, dopo 357 anni. Il compito originale — quello sbagliato — è ancora lì.
Anche il più grande genio della storia della musica aveva un maestro che correggeva i compiti.
In breve:
Nel 1770 Mozart, 14 anni, sostenne un esame di ammissione all’Accademia Filarmonica di Bologna
Il suo compito originale conteneva errori: Padre Martini lo corresse, e Mozart consegnò la versione perfetta
I tre manoscritti furono scoperti nel 1858 e sono ancora conservati a Bologna