
Quando Luisa mi dice: «Invitiamo Antonella a pranzo, che ne dici?», io penso: Certo, perché no? Quando aggiunge: «Porta anche Arianna, non è riuscita a lasciarla a nessuno», io penso: Ecco, perché no.
Ma sorrido. Perché sono un signore. E perché, in fondo, cosa potrà mai succedere?
La risposta arriva cinque minuti dopo che entrano in casa.
Arianna si ferma nell’ingresso, guarda il tappeto persiano — un pezzo che ho scelto con cura, annodato a mano, colori perfetti — e dice:
«Ma questo tappeto sembra quello che aveva mia nonna. Solo che il suo era più bello.»
Io sorrido. Dentro penso: Bene, iniziamo subito con l’offesa al patrimonio culturale.
Antonella mi guarda con quell’aria da “non farci caso, è fatta così”. Io penso: Sì, lo so che è fatta così. È questo il problema.
Luisa, santa donna, sorride. Il suo sorriso di circostanza, quello che usa quando un alunno le dice che la storia non serve a niente.
«Accomodatevi» dico, con la voce più calma del mondo.
Arianna entra in salotto e si blocca davanti alla mia collezione di soldatini di piombo. È grande, sì. È ordinata, sì. È il mio orgoglio, sì.
Lei li guarda come si guardano i funghi velenosi.
«Ma che sei, un ragazzino che gioca ancora coi soldatini?»
Io sorrido. Dentro penso: No, sono un adulto che sta cercando di non lanciarti fuori dalla finestra.
«È una collezione storica» dico. «Rappresentano varie epoche militari.»
«Ah, quindi giochi anche alla guerra?» Ride. Ride forte. Ride come se avesse detto qualcosa di intelligente.
Antonella la richiama: «Arianna, per favore…»
«Che c’è? Sto solo dicendo la verità.»
Io penso: La verità è che sei un terremoto con le gambe, ma non posso dirlo perché tua zia è qui e io sono un signore.
Luisa interviene: «Sono molto belli, Alberto li cura tantissimo.»
Arianna la guarda come si guarda una persona che ha appena detto che colleziona francobolli.
«Sì, vabbè, belli… se ti piacciono ‘ste cose da vecchi.»
Io sorrido. Dentro penso: Vecchio? Io? Tu non arrivi viva al dolce.
Antonella si scusa con gli occhi. Io rispondo con un sorriso che significa: Tranquilla, sto bene, sto benissimo, sto per esplodere ma sto bene.
Andiamo a tavola.
Luisa ha cucinato benissimo. Io apparecchio con cura. Arianna si siede e comincia a dondolare sulla sedia.
«Arianna, stai ferma» dice Antonella.
«Ma questa sedia traballa.»
«No, sei tu che traballi» penso io. Dico: «Se vuoi posso sistemarla.»
«No, grazie, non mi fido.»
Perfetto.
Luisa serve l’antipasto. Arianna lo guarda come se fosse cibo alieno.
«Che è ‘sta roba?»
«Crostini con paté di olive» dice Luisa.
«Ah, olive… quelle che sanno di piedi.»
Io sorrido. Dentro penso: E tu sai di cataclisma, ma non lo dico.
Antonella la fulmina con lo sguardo. Arianna ignora tutto.
«Posso avere del pane normale?»
Luisa glielo porta. Arianna lo prende, lo annusa, e dice: «Almeno questo non puzza.»
Io penso: Bene, ora offende anche il pane. Manca solo l’acqua e abbiamo fatto bingo.
Arriva il secondo. Luisa ha preparato un arrosto perfetto.
Arianna lo guarda e dice: «Ma è carne vera?»
«Sì», risponde Luisa.
«Ah, quindi mangiate gli animali.»
Io penso: No, li invitiamo a pranzo e poi li facciamo sedere al posto tuo.
Dico: «È allevata in modo etico.»
«Etico per chi? Per voi o per la mucca?»
Antonella sbotta: «Arianna, basta.»
«Che ho detto?»
Io penso: Hai detto tutto quello che non dovevi dire, nell’ordine sbagliato e con il volume sbagliato.
Luisa sorride. Il suo sorriso di circostanza è ormai fisso, come una maschera teatrale.
Quando finalmente arriviamo al caffè, io sono esausto. Luisa pure. Antonella sembra aver perso dieci anni di vita.
Arianna invece è fresca come una rosa.
«È stato bello» dice lei. «Possiamo tornare?»
Io sorrido. Dentro penso: Sì, certo. Torna pure. Io, nel frattempo, mi trasferisco in un altro continente.
Antonella mi guarda, imbarazzata. «Scusaci, davvero.»
«Ma figurati» dico. «È stato un piacere.»
Dentro penso: Un piacere come una colonscopia senza anestesia.
Luisa li accompagna alla porta. Io rimango in salotto, guardo i miei soldatini e penso che loro, almeno, stanno zitti.