
La birreria chiude dietro di noi con un rumore metallico che sembra un giudizio. Io e Cristiano usciamo nel freddo della periferia, con quella lucidità un po’ storta che arriva solo dopo la terza pinta. La strada è lunga, vuota, illuminata da lampioni che sembrano sul punto di arrendersi.
«Dove l’hai parcheggiata?» chiedo.
«Io? Tu guidavi» risponde Cristiano.
«Appunto. Non me lo ricordo.»
Camminiamo. Ogni macchina sembra la nostra, finché non ci avviciniamo. Poi non lo è. È un processo lento, umiliante, quasi filosofico.
Siamo nel pieno della nostra ricerca esistenziale quando due figure emergono dall’ombra.
Una bionda magra, sigaretta accesa. Una mora formosa, trucco pesante. Entrambe con un’aria da “vi abbiamo già inquadrati”.
«Amori… vi siete persi?» dice la bionda.
Mi irrigidisco. Cristiano pure. Siamo sincronizzati come due marionette.
«No, stiamo… cercando la macchina» dico.
La mora ride. Una risata che sembra sapere più di quanto dovrebbe.
«La macchina? A quest’ora? Ma che siete, tassisti?»
Cristiano tossisce. «No, noi…»
«Ah, ho capito» dice la bionda. «Siete timidi.»
La mora si avvicina. Troppo.
«O siete due fidanzatini che non vogliono farsi vedere?»
«No!» diciamo in coro. Troppo in coro. Troppo convinti. Troppo perfetti.
Le due si guardano. Poi, insieme:
«Ma siete froci?»
Mi si spegne il cervello. Cristiano pure. Siamo due cervelli spenti che cercano un interruttore.
«No!» ripetiamo. Peggio di prima.
La mora ride così forte che si piega. La bionda applaude.
«Amore, nessuno risponde così se non ha qualcosa da nascondere.»
«Non abbiamo niente da nascondere» dico. E mentre lo dico, capisco che non mi crederanno mai.
Le due ci marcano stretti. Camminano accanto a noi come guardie del corpo al contrario. Ogni mio passo è imitato, ogni mio tentativo di allontanarmi fallisce.
«Ma quanto avete bevuto?» chiede la mora.
«Il giusto» risponde Cristiano.
«Ah, quindi siete pure sobri. Peggio ancora.»
Vorrei dissolvermi. Cristiano pure. Siamo due uomini adulti che vorrebbero diventare vapore.
Poi arriva la volante.
La vedo avvicinarsi lenta, come un presagio. Finestrino che scende. Due agenti che ci guardano come se fossimo un quadro astratto.
«Documenti» dice il primo.
Le due donne li tirano fuori in un secondo. Io e Cristiano no. Io frugo nelle tasche. Cristiano fruga nella vita.
«Ragazze, ancora voi?» dice il secondo agente, sorridendo.
«Eh, marescià, la crisi» risponde la bionda.
La mora indica noi. «Questi due ci stavano facendo compagnia.»
Gli agenti ci guardano. Sguardo lungo. Sguardo pesante. Sguardo da “ma che combinate?”.
Io trovo il documento. Cristiano no. Tira fuori uno scontrino, un biglietto del parcheggio, un tappo di birra, un fazzoletto.
«Signore, il documento» dice l’agente.
«Sì, sì, ora… eccolo!» Lo trova. Lo porge come se stesse consegnando un reperto archeologico.
Gli agenti controllano. Poi guardano le due donne.
«Tutto ok?»
«Tutto ok» dice la bionda. «Questi sono due bravi ragazzi.»
«Troppo bravi» aggiunge la mora.
Gli agenti ridono. Poi guardano noi.
«State attenti. Questa zona non è il massimo.»
«Lo sappiamo» dico.
«E allora perché ci siete?»
Silenzio. Cristiano apre la bocca. La richiude. Io provo a rispondere.
«Stavamo cercando la macchina.»
Gli agenti si guardano. Ridono. Ripartono.
Le due restano lì.
«Allora, amori… dicevamo?» La mora sorride. «Vi accompagniamo noi a cercare la macchina. Così non vi perdete.»
«No, grazie» dico.
«Sicuri?» chiede la bionda.
«Sicurissimi» dice Cristiano.
Le due si scambiano uno sguardo. Poi, insieme:
«Froci.»
E se ne vanno, ridendo.
Io e Cristiano restiamo soli. La strada è lunga. La macchina è un mistero. La dignità… lasciamo perdere.
«Criss?» dico.
«Sì?»
«La prossima volta prendiamo un taxi.»
«Sì.»
Camminiamo. In silenzio. Sperando che la macchina ci trovi lei.