
Quando mi chiama, io sto mangiando un tramezzino al tonno che sa di frigorifero. «Criss, mi accompagni a fare due commissioni? La macchina è dal meccanico.»
Due commissioni. Due. Io ci casco come un pollo.
«Certo, Cinzia. Due cose veloci.»
Lei ride. Non lo sento, ma lo percepisco. È la risata di chi sa già che mi sta fregando.
La passo a prendere sotto casa. È bellissima. Non lo dico. Mai. Mi limito a dire: «Sali pure.»
Lei sale. Profumo buono. Io già sudato.
«Allora, dove andiamo?» chiedo.
«Prima all’Eur.»
«L’Eur? Per cosa?»
«Devo ritirare un pacco.»
«Ok.»
Parto. Traffico. Semafori. Gente che guida come se avesse un conto aperto con la vita.
Arriviamo all’Eur. Lei scende. Io aspetto. Dieci minuti. Quindici. Venti.
Torna con un pacco enorme. «È leggero» dice. Non lo è.
Lo metto nel bagagliaio. «E adesso?»
«San Giovanni.»
«San Giovanni?»
«Sì, devo prendere una cosa in farmacia.»
«Farmacia? All’Eur non ce n’era una?»
«Sì, ma questa è quella buona.»
Non so cosa significhi “farmacia buona”, ma annuisco. Parto.
Traffico. Motorini che spuntano come mosche. Un autobus che decide di cambiare corsia senza motivo. Io che cerco di non fare figure.
Arriviamo. Lei scende. Io aspetto. Cinque minuti. Dieci. Quindici.
Torna con una busta minuscola. «Fatto.»
«Perfetto. Torniamo?»
Lei mi guarda come se avessi detto una bestemmia.
«No, Criss. Dobbiamo andare a Prati.»
«Prati?»
«Sì, devo provare un vestito.»
Io deglutisco. «Ok.»
Parto. Roma è un videogioco. Livello: impossibile. Traffico ovunque. Un tizio mi taglia la strada. Io gli faccio un gesto. Lui me ne fa due.
Arriviamo a Prati. Lei scende. Io parcheggio in terza fila, con la speranza che nessuno mi distrugga la macchina.
Aspetto. Aspetto. Aspetto.
Lei torna con tre vestiti. «Li ho presi tutti e tre.»
«Belli» dico. Non li ho visti.
«E adesso?» chiedo.
«Montesacro.»
«Montesacro?»
«Sì, devo lasciare una cosa a mia zia.»
Io respiro. Profondo. Molto profondo.
Parto. Attraversiamo mezza Roma. Io inizio a sentire la schiena che protesta. La gamba destra che si ribella. La fame che torna.
Lei parla. Io ascolto. Faccio battute. Lei ride. Io mi sciolgo.
Arriviamo dalla zia. Lei scende. Io aspetto. La zia la trattiene. La zia parla. La zia parla ancora. La zia parla sempre.
Lei torna. «Scusa, mia zia è così.»
«Tranquilla» dico. Non è tranquilla. Io sto morendo.
«E adesso?» chiedo.
«Torpignattara.»
«Torpignattara?»
«Sì, devo prendere una cosa da un’amica.»
Io guardo l’orologio. Sono passate tre ore. Tre.
Parto. Traffico. Clacson. Un tizio mi chiede se vendo la macchina. Un altro mi chiede se voglio comprare un tappeto. Io voglio solo dormire.
Arriviamo. Lei scende. Io aspetto. Mi addormento. Mi sveglia un colpo sul finestrino. È lei.
«Fatto!»
«Bene» dico. La mia voce è quella di un uomo che ha perso la guerra.
«Torniamo?» chiedo.
Lei mi guarda. Sorride. «Sì. Torniamo.»
Parto. Silenzio. Lei mi guarda. Io fingo di non accorgermene.
«Criss?» dice.
«Sì?»
«Grazie.»
Io mi sciolgo. Completamente.
«Figurati. Due commissioni.»
Lei ride. «Sei stanco?»
«Io? No. Mai.»
«Sicuro?»
«Sicurissimo.»
Lei sorride. Uno di quei sorrisi che valgono tutta Roma, tutto il traffico, tutte le commissioni del mondo.
Arriviamo sotto casa sua. Scende. Si gira.
«Criss… sei un tesoro.»
Io muoio. Ma con dignità.
Riparto. Da solo. Stanco morto. Felice come un idiota.