
C’è un momento in cui la storia smette di essere rumore di fondo e diventa il suono di qualcosa che si rompe. Siamo in quel momento.
Una nave mercantile civile cinese, in rotta verso l’Iran, è stata intercettata dalla Marina statunitense. Nessuna arma a bordo. Solo forniture mediche dirette alle cliniche iraniane. La Marina americana l’ha immobilizzata a cannonate, l’ha abbordato, l’ha sequestrata. Poi, dopo cinque giorni, ha dovuto ammettere: non c’era nulla.
Non c’era nulla. Solo merci, medicinali, rotte commerciali. E una superpotenza che si comporta da pattuglia privata degli oceani.
Pechino ha risposto con una sobrietà che pesa più di qualsiasi urlo. Il Ministero degli Esteri cinese ha parlato di attacco diretto alla sovranità, al commercio, agli interessi fondamentali della Repubblica Popolare. Ha usato l’espressione “ultimo avvertimento”. Ha precisato che gli Stati Uniti si assumeranno la piena responsabilità di qualsiasi conseguenza derivante da nuove provocazioni. E intanto, dal primo maggio, la Cina presiede il Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Trump non sta negoziando. Sta giocando. Con i dazi, con le navi, con i cessate il fuoco annunciati come show televisivi e ignorati il giorno dopo. Un uomo che ha trasformato la politica estera nella performance di un venditore d’auto usate non comprende, e probabilmente non comprenderà mai, che esistono attori sulla scena mondiale che non hanno né l’obbligo né l’intenzione di seguire il suo copione.
La Cina non minaccia mai per abitudine. Quando parla, ha già calcolato