
Arrivo all’università con il passo di chi ha già capito tutto e non vede l’ora di farlo sapere agli altri. Davide, al contrario, avanza con l’aria di uno che spera ancora in un miracolo amministrativo: un appello fantasma, un professore distratto, un algoritmo benevolo che gli regali tre crediti per compassione.
«Guarda che oggi c’è la lezione di Metodologia», dico senza nemmeno voltarmi.
«Io pensavo fosse domani», mormora lui, che pensa sempre sia domani qualsiasi cosa lo riguardi. Entriamo nell’aula 3B, un luogo progettato chiaramente da qualcuno che odia gli esseri umani: neon tremolanti, sedie che scricchiolano come confessioni forzate, e un odore vago di caffè bruciato e speranza evaporata. Il professore, un uomo con la barba da filosofo e la pazienza da santo in pensione, inizia a parlare di epistemologia. Io annuisco con entusiasmo, prendendo appunti con la velocità di un notaio sotto anfetamine. Davide invece fissa la lavagna come se fosse un quadro astratto: bello, ma totalmente privo di istruzioni per l’uso. «Davide, hai capito la differenza tra metodo deduttivo e induttivo?» sussurro. «Certo», risponde. «Uno parte dall’alto e l’altro dal basso. Come le mensole dell’IKEA.» Lo guardo con quell’espressione che mescola affetto, rassegnazione e un leggero desiderio di commettere un omicidio simbolico. A metà lezione il professore fa una domanda alla classe. Silenzio totale. Io alzo la mano con la sicurezza di chi ha già preparato la risposta e anche la domanda. Davide, per solidarietà o per errore muscolare, alza la mano pure lui. «Prego, lei in fondo», dice il professore indicando Davide. Io sbianco. Davide pure, ma per motivi diversi. «Ehm… secondo me… dipende dal contesto», dice, applicando la sua strategia universale per sopravvivere agli esami orali. Il professore lo fissa per un secondo interminabile, poi annuisce lentamente, come se avesse appena ascoltato una verità profonda o una sciocchezza cosmica. «In effetti… dipende dal contesto.» Lo guardo come si guarda un gatto che, per puro caso, ha risolto un’equazione differenziale camminando sulla tastiera. Alla fine della lezione, mentre usciamo nel corridoio affollato, sospiro: «Davide, tu sei un mistero.» «Grazie», dice lui, convinto sia un complimento. «No, non hai capito… un mistero irrisolto. Tipo il manoscritto Voynich.» «Ah. Bello.» E continuiamo a camminare, io con la certezza di doverlo salvare dal mondo accademico, lui con la certezza che, tutto sommato, il mondo accademico può anche salvarlo da sé stesso.