
Quando Davide mi chiama e mi dice: «Cinzia, ti va di venire con me a trovare Spirito?» io non ci penso nemmeno un secondo.
Non perché abbia nostalgia dell’università — quella l’ho superata come si supera un’influenza stagionale — ma perché Bruno Spirito è uno di quei professori che ti restano addosso. Un po’ per la cultura, un po’ per il sarcasmo, un po’ perché ti faceva sentire sempre due passi indietro rispetto alla tua stessa intelligenza.
E poi, diciamolo: Davide da solo non ci voleva andare. Lui non lo ammette, ma lo so.
Arriviamo alla facoltà. Io guardo l’edificio e penso che sia invecchiato male. Davide guarda l’edificio e pensa che è invecchiato meglio di lui. Non glielo dico, ma lo penso.
Saliamo le scale. Davide è stranamente silenzioso. Io lo conosco: quando è silenzioso, sta preparando una battuta che non farà mai.
Bussiamo. Una voce cavernosa dice: «Avanti.»
Entriamo.
Bruno Spirito è sempre lui: barba bianca, occhi vivi, camicia stropicciata, l’aria di uno che ha litigato con il mondo e ha vinto per sfinimento dell’avversario.
«Ah! I miei due cervelli preferiti!» «Professore,» dice Davide, con un sorriso che non gli vedevo da anni. «Bruno,» dico io. «Cinzia, sei invecchiata benissimo. Davide… tu invece sembri un intellettuale precario.» «Lo sono.» «Ah, allora è coerente.»
Ci sediamo. Lui si accende una pipa che non può accendere perché è vietato, ma la tiene in mano come un oggetto di potere.
«Allora, ragazzi… come va la vita fuori da qui?» «Meglio che dentro,» dico. «Peggio che dentro,» dice Davide. «Ecco, siete sempre complementari. Marx sarebbe fiero di voi.»
Poi parte il suo monologo preferito: la decadenza delle nuove generazioni.
«Voi non avete idea,» dice, «di cosa significhi insegnare oggi. I ragazzi non leggono. Non ascoltano. Non pensano. Hanno il cervello in modalità risparmio energetico.» «Esageri,» dico. «No. L’altro giorno ho chiesto a una matricola chi fosse Gramsci. Mi ha risposto: “Un rapper?”» Io tossisco per non ridere. Davide no: ride apertamente. «E un altro,» continua Spirito, «mi ha chiesto se Marx fosse “quello della barba che sembra Babbo Natale ma più arrabbiato”.» «Beh…» dice Davide, «non è del tutto sbagliato.» «Davide, ti prego. Non difendere l’indifendibile. Tu eri un cinico, ma almeno eri un cinico alfabetizzato.»
Io guardo la stanza. È piena di libri, fogli, appunti, caos organizzato. Un museo della mente di un uomo che ha passato la vita a pensare. E fuori, nel corridoio, passano ragazzi che sembrano usciti da un casting per un reality show.
«Professore,» dico, «ma non c’è speranza?» «Certo che c’è. Ma non per loro.»
Davide ride di nuovo. Io scuoto la testa. Spirito sorride, soddisfatto della sua stessa misantropia.
Dopo un’ora di chiacchiere, ricordi, battute e diagnosi sociologiche non richieste, ci salutiamo. Lui ci abbraccia come si abbracciano i figli che non si sono mai avuti.
«Tornate a trovarmi,» dice. «Certo,» rispondiamo. «E portatemi un estintore. Prima o poi darò fuoco a tutto.»
Il bar della facoltà
Io e Davide scendiamo le scale. Lui è pensieroso. Io pure. Ma per motivi diversi.
«Ti ha fatto bene vederlo,» gli dico. «Sì. Mi ha ricordato che non sono ancora completamente rimbambito.» «Non lo sei.» «Grazie.» «Sei solo stanco.» «Ah. Bene.»
Arriviamo al bar. È pieno di ventenni. Rumorosi. Colorati. Confusi. Io e Davide sembriamo due antropologi in missione.
Ci sediamo. Ordiniamo due caffè. E ascoltiamo.
Al tavolo accanto, tre matricole di Sociologia stanno parlando. O meglio: stanno producendo suoni.
«Cioè, raga, io penso che la società sia tipo… una costruzione sociale.» Io e Davide ci guardiamo. «Profondo,» mormoro. «Dev’essere una di quelle che Spirito ama,» dice lui.
«E poi, tipo, il capitalismo… cioè… è una cosa che ti entra dentro.» «Come un virus?» chiede l’altra. «No, tipo… come un’energia tossica.» «Ah.» «Cioè, capito? È tipo… una vibrazione negativa.» «Una vibrazione?» «Sì, tipo… energetica.» «Ah.»
Davide si massaggia le tempie. «Cinzia… ti prego… dimmi che non eravamo così.» «No.» «Sicura?» «Sì.» «Al cento per cento?» «Novanta.» «Cinzia…» «Va bene, ottanta.»
Al tavolo dietro di noi, un ragazzo dice: «Io non credo nella verità. Cioè, la verità è un’opinione.» «E la matematica?» chiede un altro. «Opinione.» «E la gravità?» «Opinione.» «E il fatto che tu sia un idiota?» «Opinione.»
Davide si gira verso di me. «Io non posso vivere in un mondo così.» «Ci vivi già.» «Appunto.»
Beviamo il caffè in silenzio. Un silenzio pieno di rassegnazione.
Poi Davide dice: «Cinzia… ti rendi conto che siamo diventati vecchi?» «No, Davide. Siamo diventati adulti.» «È peggio.» «Molto.»
Usciamo dal bar. L’aria è fresca. Il campus è rumoroso. I ragazzi parlano di vibrazioni, energie, verità liquide.
Io e Davide camminiamo verso l’uscita. E per un attimo, senza dircelo, pensiamo la stessa cosa:
Forse Spirito aveva ragione.