
Non è il balletto a distruggere la democrazia, è l’applauso.
Una volta per governare dovevi dimostrare di saper fare qualcosa. Oggi basta dimostrare di saper far parlare di te.
A Budapest il nuovo ministro della Salute ungherese, Zsolt Hegedűs, che mai e poi mai avremmo conosciuto se non avesse fatto quello che ha fatto:
si è messo a ballare sul palco durante l’insediamento del governo di Péter Magyar. Giacca, cravatta, folla in delirio, video virale, social impazziti.
Oggi dopo la performance tutti sanno chi è il ministro della salute ungherese.
E sia chiaro: il problema non è lui che balla, magari è pure simpatico, magari è anche competente, magari sarà un ottimo ministro.
Il punto non è il balletto, il punto è che ormai il balletto conta, conta perché viviamo dentro una politica che non viene più giudicata per ciò che risolve, ma per ciò che produce emotivamente:
Applauso, rabbia, risata, indignazione, stupore, condivisione. La competenza arriva, se arriva, dopo, molto dopo e il più volte non arriva proprio.
Una volta un politico doveva almeno fingere di avere un progetto, oggi il progetto non conta, oggi deve bucare lo schermo, deve diventare meme, slogan, simbolo, tormentone, personaggio.
Deve fare qualcosa che il giorno dopo finisca ovunque, non importa se governa bene. Importa se resta nella testa.
Sia chiaro questo non vale solo per la politica, ho visto creator avere centinaia di migliaia di followers e non saper mettere insieme due parole in croce.
Trump ad esempio lo ha capito prima di tutti: non ha fatto politica, ha fatto spettacolo politico continuo ogni frase una provocazione, ogni comizio una puntata, ogni scandalo un trailer della puntata successiva.
Salvini lo ha tradotto in versione sagra permanente: felpe, rosari, citofoni, mojito, dirette, selfie, “prima gli italiani” e via dicendo.
Meloni lo ha raffinato in forma teatrale: voce, postura, vittimismo, nemici, “sono una madre”, “sono una donna”, “sono Giorgia”, patrioti, complotti, assedi, applausi.
E l’elettore, sempre più spesso, non sceglie più chi gli migliora la vita, sceglie chi gli dà una scossa, perché la politica è diventata una gigantesca gara di attenzione, e dentro questa gara chi parla seriamente di sanità, salari, scuola, case, lavoro, trasporti, diritti, povertà, viene percepito come noioso, se non fastidioso.
Chi invece urla, balla, provoca, insulta, semplifica, esagera, diventa interessante.
È terribile? Forse, ma è così.
Il cittadino non chiede più soluzioni, forse anche perché nel suo inconscio pensa non ve ne siano, chiede altro, chiede emozioni.
Vuole sentirsi rappresentato, vendicato, divertito, scosso, coinvolto e allora il politico non lavora più per amministrare: lavora per apparire.
Non costruisce consenso con le risposte, ma con la messa in scena e da qui nasce il disastro democratico, perché se il criterio di scelta diventa la capacità di sconvolgere, allora il più competente parte svantaggiato.
Se uno studia, approfondisce, distingue, ragiona, sembra debole, se invece semplifica tutto in una frase, sembra forte.
Se urla, sembra vero, se offende, sembra libero, se balla, sembra umano, se fa il personaggio, sembra vicino al popolo.
Ma governare non è intrattenere.
Governare non è fare audience.
Governare non è diventare virali.
Governare è prendere decisioni difficili, spesso noiose, spesso impopolari, spesso invisibili. Governare è occuparsi di cose che non fanno tendenza, è sistemare ospedali, non ballare davanti agli ospedali.
È aumentare i salari, non inventarsi slogan sui salari.
È difendere i diritti, non recitare la parte dell’assediato.
È amministrare la realtà, non cavalcare l’algoritmo.
Il balletto di Budapest passerà, così come passano tutti i video virali, tra qualche giorno avremo bisogno di qualcosa di più, di più scioccante, di più emozionante, di più sconvolgente e qualche politico sarà disposto e disponibile a darcelo e noi, felici, batteremo le mani.
Il problema è quello che resta dopo il video virale, dopo la battuta sconvolgente, l’atteggiamento irrituale: in un’epoca in cui la politica ha capito che per vincere non deve necessariamente convincere, ma deve colpire.
E quando una democrazia comincia a scegliere chi la governa con gli stessi criteri con cui sceglie un video da guardare per trenta secondi, il problema non è il politico che balla, il problema siamo noi che applaudiamo prima ancora di sapere se sa governare e gli mettiamo in mano il nostro futuro e quello dei nostri figli.
E allora io mi domando, quale è il problema? Chi balla, chi urla, chi salta, chi minaccia, chi sconvolge…o chi affida il proprio destino al clown di turno?