
Arianna cammina davanti a me come se avesse un motore interno che non conosco. Ha quindici anni, ma allo zoo ne dimostra cinque: salta, indica, commenta, si entusiasma per ogni cosa che respira. Io la seguo con quel misto di affetto e rassegnazione che ormai è il mio stato naturale.
«Zia, guarda! I lemuri! Posso toccarli?»
«No.»
«E se si avvicinano loro?»
«No.»
«E se—»
«Arianna, amore, no.»
Lei sbuffa, ma dopo due secondi ha già dimenticato tutto e corre verso il recinto delle giraffe. Io respiro. Mi preparo. Lo zoo è grande, ma Arianna lo è di più.
È lì che li vedo.
Una coppia che sembra uscita da un casting ben riuscito: lui alto, asciutto, con l’aria di chi sta calcolando la resistenza strutturale di ogni cosa che guarda; lei elegante senza sforzo, calma come una tazza di tè caldo, ma con quella calma che so riconoscere — quella che può finire all’improvviso.
Arianna li nota subito. O meglio: nota la giraffa che si sporge verso di loro.
«ZIAAAAAA! STA PER MANGIARGLI LA TESTA!»
La giraffa sobbalza. L’uomo pure.
La donna invece sorride. «Arianna, giusto?»
«Sì! E tu sei sua?»
«No, io sono sua» dice lei indicando l’uomo, che nel frattempo si è ripreso e ora osserva Arianna come si osserva un fenomeno naturale imprevisto.
«Ingegnere meccanico?» chiedo, perché certe cose si vedono.
«Sì» risponde lui, con una voce che sembra uscire da un manuale tecnico. «E lei è… molto energetica.»
«È viva» dice Arianna, come se fosse un complimento.
La donna ride. «Io sono Luisa.»
«Alberto» aggiunge lui, come se fosse un dato da archiviare.
E così, senza che nessuno lo decida, proseguiamo insieme.
Arriviamo ai pinguini. Arianna si sporge oltre la barriera.
«Sembrano tristi.»
«Sono pinguini» dice Alberto. «Hanno un’espressione naturalmente malinconica.»
«Come te» ribatte Arianna.
Luisa scoppia a ridere. Io pure. Alberto no, ma solo perché credo non sappia come si fa.
Poi succede.
Arianna tira un biscotto ai pinguini.
Un biscotto. Ai pinguini.
Il biscotto rimbalza sul ghiaccio artificiale. Due pinguini lo guardano. Poi guardano noi. È un momento di giudizio universale.
«Arianna…» dico con la voce di chi ha visto la fine del mondo.
«È per farli felici!»
«Amore, i pinguini mangiano pesce» dice Luisa con una dolcezza che vorrei avere anch’io. «Non biscotti.»
«Posso dargli un pesce?»
«NO» rispondiamo tutti insieme, come un coro greco disperato.
Andiamo avanti. Arriviamo ai leoni. Arianna ruggisce. I leoni la ignorano. Lei ruggisce più forte. I leoni la ignorano con più convinzione.
«Forse non mi sentono» dice.
«Forse non ti considerano una minaccia» commenta Alberto, che ormai si è sciolto abbastanza da lasciarsi scappare un mezzo sorriso.
Luisa gli dà una gomitata affettuosa. «Amore, non tutti devono essere una minaccia.»
«Io non ho detto—»
«Sì, l’hai detto.»
Io li guardo e penso che sono perfetti: lui che misura il mondo, lei che lo traduce in qualcosa di umano.
Poi Arianna trova un pavone. E il pavone trova lei.
Si studiano. Si valutano. Poi il pavone apre la coda in un’esplosione di colori.
Arianna urla: «ZIAAAAAA MI STA SEDUCENDO!»
Il pavone scappa.
Luisa ride così tanto che deve appoggiarsi alla ringhiera. Alberto la guarda come se stesse registrando un dato prezioso.
Io invece penso che avrei dovuto prendere un caffè doppio prima di uscire di casa.
Quando finalmente usciamo, siamo tutti esausti. Arianna no. Lei ha ancora energia per tre vite.
«Possiamo tornare domani?» chiede.
«No.»
«Perché?»
«Perché gli animali devono riprendersi.»
Luisa sorride. «Anche noi.»
Alberto annuisce. «Soprattutto noi.»
E mentre ci salutiamo, ho la sensazione che questi due — l’ingegnere che pesa ogni parola e l’insegnante che salva tutto — torneranno.
Perché Arianna li ha adottati.
E quando Arianna adotta qualcuno, non c’è recinto che tenga.