
Il Segretario di Stato Marco Rubio viene a Roma per tentare di ricucire lo strappo con il pontefice e ha incontrato il governo italiano solo per mero dovere formale, ottenendo comunque un obbediente assenso alla politica estera degli Stati Uniti. In sintesi, l’unica cosa che Meloni e Tajani hanno saputo comunicare al ministro degli esteri Usa è stato un generico auspicio ad una fine dei conflitti in corso; una sorta di timida e intimorita richiesta formulata per non apparire del tutto servili. Nel frattempo Trump alza il telefono e chiama il “Corriere della Sera” per minacciare il ritiro delle truppe Usa dall’Italia. E’ molto probabile che un vero governo “patriottico” e democratico non avrebbe accettato l’ennesima subordinazione. Mi spiego meglio. In Italia esistono 4 mega basi Nato e 120 basi USA per una superficie totale di 60 mila ettari. Due di queste basi, Aviano e Ghedi, a Pordenone e a Brescia, contengono circa 45 testate nucleari, tutte di tipo B61 che sono in corso di sostituzione con un modello più “avanzato”, per trasportare il quale il governo italiano ha dovuto comprare gli F35 dalla Lockheed Martin, spendendo circa 7 miliardi di euro. Naturalmente la presenza di queste testate implica una serie molto ampia di rischi e avviene in presenza di una fortissima limitazione della sovranità nazionale dal momento che la gestione di tali testate è nelle mani degli Stati Uniti, che del resto hanno un controllo pressoché assoluto sulle 120 basi in questione, dove vige una vera e propria extraterritorialità rispetto all’ordinamento italiano. Ancora più rilevante è la presenza della IV Flotta Usa a Napoli, che comprende sottomarini dotati di armamento nucleare. In questo caso, tali sottomarini potrebbero lanciare testate nucleari senza la necessità dell’autorizzazione italiana. In pratica siamo un paese dotato di armi nucleari senza averne il controllo. Forse un ordinamento realmente democratico dovrebbe porre fine ad una condizione coloniale di tal genere.