
Donald Trump atterra a Pechino. Fuori, i cinesi sventolano bandierine. Dentro, Xi Jinping aspetta con la pazienza di chi non ha fretta.
Nove anni fa, quando Trump sbarcò per la prima volta da presidente a Pechino, la Cina era ancora prudente. Gli organizzarono uno spettacolo degno di un imperatore: folle con fiori, inni americani suonati dall’esercito cinese, visita privata alla Città Proibita. Trump ne parla ancora oggi, con quella nostalgia dei potenti che spesso confondono il cerimoniale con il rispetto.
Stavolta tornerà con le bandierine. Ma i rapporti di forza sono cambiati, e tutti lo sanno, anche lui.
L’uomo che aveva promesso agli americani benzina a due dollari al gallone è arrivato a Pechino con la benzina nazionale intorno ai 4,50 dollari al gallone, oltre i 6 in California, 7 nella contea di Mono. Il diesel viaggia sopra i 5,60. Le scorte americane calano da settimane e l’inflazione è tornata a mordere — 3,8%, il livello più alto in tre anni.
Trump rivendica la vittoria militare contro l’Iran. Tecnicamente può farlo: il leader supremo è morto, i siti nucleari sono stati colpiti, parte dell’apparato militare iraniano è stato devastato. Peccato che diverse valutazioni dell’intelligence americana raccontino una realtà meno definitiva di quella descritta nei comizi. Gran parte delle strutture missilistiche lungo Hormuz risulterebbe ancora operativa o rapidamente ripristinata.
E infatti Hormuz resta il centro del problema.
Il traffico nello stretto più strategico del pianeta è crollato. Navi ferme, assicurazioni esplose, petrolio sopra i 100 dollari al barile. Gli Stati Uniti combattono una guerra che stanno pagando direttamente alla pompa di benzina.
In questo contesto, il presidente degli Stati Uniti vola a Pechino.
Con lui, la delegazione più straordinaria che un presidente americano abbia mai portato in visita di stato: diciassette CEO dell’America che conta.
Elon Musk, che assembla Tesla a Shanghai. Tim Cook, alla sua ultima grande missione diplomatica prima del ritiro previsto a settembre. Jensen Huang di Nvidia, aggiunto all’ultimo minuto durante lo scalo in Alaska. Larry Fink di BlackRock. Stephen Schwarzman di Blackstone. David Solomon di Goldman Sachs. Jane Fraser di Citigroup. Kelly Ortberg di Boeing, che ha bisogno che la Cina smetta di tassare i suoi aerei al 125%. Larry Culp di GE Aerospace. Brian Sikes di Cargill. Cristiano Amon di Qualcomm. Sanjay Mehrotra di Micron. Michael Miebach di Mastercard. Ryan McInerney di Visa. Jacob Thaysen di Illumina. Jim Anderson di Coherent. Dina Powell McCormick di Meta.
Una nazione intera, compressa in una lista di passeggeri sull’Air Force One.
Il messaggio reale è semplice: vengo a trattare.
Il problema è che Xi Jinping lo aspettava esattamente così.
La Cina oggi controlla leve decisive: terre rare, catene produttive, componenti strategici, accesso industriale. La guerra dei dazi si è trasformata in una tregua fragile che Washington ha bisogno di mantenere più di Pechino. È bastato restringere le esportazioni dei metalli critici per portare Trump al tavolo. Le ambizioni americane di contenere la Cina sembrano, per ora, archiviate.
E poi c’è l’Iran.
La Cina è il principale compratore del petrolio iraniano e il principale partner economico di Teheran. Le petroliere cinesi attraversano Hormuz regolarmente, perché l’Iran i propri compratori non li ferma. Il blocco è selettivo. La neutralità cinese è a pagamento. Se qualcuno può contribuire a riaprire davvero lo stretto, quel qualcuno è Pechino. Trump lo sa. Xi lo sa. Tutta la delegazione di CEO lo sa.
Fuori dall’hotel Four Seasons, alcuni cittadini cinesi aspettavano il corteo presidenziale. Sui social dominava l’hashtag di benvenuto. Ma le frasi più rivelatrici erano quelle della gente comune, intervistate dalla CNN: “Se vogliono combattere, sono affari loro. Non ha niente a che fare con noi.”
È questa la distanza reale tra le due potenze.
L’America combatte guerre costosissime che finiscono sul prezzo della benzina e sull’inflazione interna. La Cina osserva, commercia, vende stabilità e prepara banchetti diplomatici.
Trump ha detto che si aspetta “un caloroso abbraccio” da Xi Jinping. Probabilmente lo otterrà.
Nella diplomazia orientale, però, l’abbraccio più caloroso spetta sempre a chi deve chiedere qualcosa.
Il Re degli affari è andato dal banchiere che ha comprato il suo debito.
Con diciassette miliardari al seguito e la benzina americana ai massimi degli ultimi anni, è andato a chiedere stabilità.