
La dissoluzione della Internazionale Comunista (15 maggio 1943) viene spesso presentata dalla propaganda anticomunista e da certa sinistra dogmatica (e liberal-trockijsta) come la “prova” del presunto abbandono dell’internazionalismo proletario da parte dell’URSS guidata da Iosif Stalin.
La realtà storica è molto diversa.
Nel pieno della guerra contro il nazifascismo, l’Unione Sovietica aveva bisogno di consolidare l’alleanza militare con le potenze occidentali per garantire la distruzione della macchina hitleriana. Lo scioglimento del Comintern fu quindi una scelta eminentemente tattica e diplomatica: serviva a neutralizzare la propaganda nazista e anglo-americana che descriveva ogni partito comunista come semplice “agente di Mosca”.
Ma la solidarietà internazionalista non cessò affatto. I partiti comunisti continuarono a coordinarsi, a sostenere le lotte antifasciste e anticoloniali e a collaborare politicamente anche dopo il 1943. Non a caso, pochi anni dopo nascerà il Cominform, mentre l’URSS continuerà per decenni a sostenere concretamente movimenti di liberazione nazionale, rivoluzioni socialiste e processi antimperialisti in Asia, Africa e America Latina.
Chi parla di “tradimento” ignora inoltre un punto fondamentale del leninismo: l’internazionalismo non è una formula astratta o rituale propagandistico, ma la capacità concreta di difendere il primo Stato socialista della storia e di preservare il centro mondiale della rivoluzione in una fase storica drammatica.
Senza la vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale non ci sarebbero stati né il campo socialista, né la liberazione dell’Europa orientale, né le rivoluzioni cinese, vietnamita e cubana. Altro che “abbandono dell’internazionalismo”: la priorità era salvare il cuore della rivoluzione mondiale per permetterne l’espansione futura.