
Molti insegnamenti oggi giorno mirano a far sentire bene le persone, e persino alcuni maestri buddisti iniziano a sembrare apostoli New Age. I loro discorsi sono pieni di ottimismo, amore fraterno e frasi ad effetto, e sottolineano solo l’importanza di vivere nel momento presente, respirare e godere della gioia di esistere.
Ma il Dharma non è stato rivelato per farci sentire bene, al contrario, è stato concepito per smascherare i nostri difetti, per farci sentire veramente male per il nostro modo abituale di vedere il mondo e per minare completamente l’ego. Quindi, se vi interessa solo sentirvi bene, fareste molto meglio a farvi fare un massaggio completo o ad ascoltare musica edificante o che infonda speranza, piuttosto che ricevere insegnamenti sul Dharma, che non sono certo stati pensati per tirarvi su il morale.Se, d’altra parte, ti sei reso conto che la tua vita è un ciclo infinito di sofferenza e vuoi fare qualcosa al riguardo, allora il Dharma è esattamente ciò che stai cercando. Tuttavia, devi anche essere preparato al fatto che la tua “sofferenza” peggiorerà ulteriormente, perché ciò che stai facendo è renderti deliberatamente più consapevole di essa.
Lo scopo del ngöndro, le pratiche preliminari, è quello di renderci lavorabili. Se un pezzo d’oro deve essere trasformato in un bellissimo orecchino, deve prima essere fuso, battuto e allungato. Solo allora può essere modellato. Al momento, siamo come oro grezzo: rigido, pieno di impurità e completamente inlavorabile. Il ngöndro è il processo attraverso il quale affiniamo la mente.
Dzongsar Khyentse Rinpoche
“Non per la felicità”
Il testo evidenzia come il vero Dharma non sia un anestetico, ma uno specchio spietato che distrugge le illusioni dell’ego.
La vera trasformazione interiore non coincide necessariamente con il sentirsi bene.
Gran parte di ciò che chiamiamo “benessere” è spesso soltanto distrazione, consolazione o conferma di noi stessi. Il Dharma, invece, secondo questo testo, agisce come uno specchio impietoso: mostra quanto siamo dominati da paura, attaccamento, abitudine, ricerca di approvazione e costruzione dell’ego. E vedere tutto questo chiaramente può essere doloroso.
La riflessione più interessante è forse questa:
molte persone cercano una spiritualità che protegga l’identità; il Dharma autentico, invece, mette l’identità in crisi.
Per questo il brano usa la metafora dell’oro. L’oro grezzo non diventa un gioiello restando intatto: deve passare attraverso il fuoco e i colpi del martello. Allo stesso modo, la pratica spirituale non serve ad aggiungere qualcosa all’ego — “diventare speciali”, “più puri”, “più elevati” — ma a renderci meno rigidi, meno difensivi, meno automatici.
C’è anche un’altra intuizione importante: quando diventiamo più consapevoli, inizialmente la sofferenza sembra aumentare. Non perché la pratica ci danneggi, ma perché smettiamo di narcotizzarci. È come entrare in una stanza buia con una luce molto forte: improvvisamente vedi polvere, disordine, crepe che prima ignoravi.
Ma il senso ultimo non è restare nel dolore. È attraversarlo con lucidità, fino a sviluppare una mente più libera, più vera e meno centrata sul proprio piccolo io