
L’uomo che vedete nell’immagine si chiama Josè “Joe” Ceballos. È nato in Messico, è arrivato in Kansas a 4 anni ed è un convinto elettore trumpiano.
Vive a a Coldwater, un paesino di settecento anime, tra granai, balle di fieno, pickup e bandierine americane sulle verande.
Repubblicano fino al midollo, il paese e pure lui.
E lui da Coldwater non si è mai mosso. Ha fatto le elementari lì, le medie lì, il liceo lì. Ha lavorato per la compagnia elettrica del paese per una vita. Si è sposato lì, ha cresciuto i figli lì, alleva bestiame lì.
Lo conoscono tutti: è “Joe”. Quello che chiami quando si rompe il sistema fognario. Quello che a dicembre monta le luci di Natale in piazza. Quello che il giorno dei Veterani e del Memorial Day alza le bandiere.
E anche per questo lo hanno eletto sindaco due volte. L’ultima volta, a novembre 2025. Perché a Coldwater Joe è uno di loro. Anzi: Joe è loro.
Joe alle elezioni del 2024 ha votato Trump. Convintamente. E lo stesso aveva fatto nel 2016 e nel 2020.
Ma c’è un piccolo particolare: Joe non poteva votare. Perché dopo 51 anni in Kansas, dopo aver fatto il sindaco di una città americana, era tecnicamente ancora un messicano.
Aveva infatti la carta verde, non la cittadinanza.
Si era registrato a 18 anni durante una gita scolastica al tribunale della contea. L’impiegato aveva chiesto “qualcuno vuole iscriversi?” e Joe aveva alzato la mano insieme ai compagni.
Joe ha dichiarato in tribunale di non sapere che per votare in America fosse necessario essere cittadini americani: “Pensavo che ‘residente permanente’ volesse dire che ero a posto”.
Per quasi quarant’anni, alle urne di Coldwater, Joe è andato a votare nella più totale convinzione di essere come tutti gli altri.
E invece no. Il giorno dopo la sua rielezione, il procuratore generale del Kansas, Kris Kobach, repubblicano, trumpiano, falco dell’immigrazione, lo incrimina per frode elettorale.
Joe patteggia: libertà vigilata, duemila dollari di multa. E quando esce dal tribunale dichiara ai giornali: “Forse adesso posso pure chiedere la cittadinanza”.
Era il 13 aprile.
Mercoledì 13 maggio, esattamente un mese dopo, l’ICE, la polizia migratoria che a Joe tanto piaceva, gli manda una bella letterina: “Signor Ceballos, si presenti a Wichita”.
Joe ci va. In macchina, due ore di prateria, attraverso i campi di grano del Kansas profondo. Si presenta, consegna il cellulare e finisce in cella. Ora rischia di essere deportato in Messico, dove l’ultima volta in cui c’è stato portava ancora il ciuccio.
La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Lauren Bis, ha commentato così: “Le nostre elezioni appartengono ai cittadini americani, non agli stranieri”.
E mentre Joe veniva trasferito nel carcere dell’ICE, davanti agli uffici federali si sono radunati decine di suoi concittadini. Tutti lì a chiedere il rilascio di Joe. Tutti lì, in stragrande maggioranza, elettori di Trump.
Quelli che avevano votato per “cacciare gli immigrati illegali”.
E adesso scoprono quello che noi ripetiamo da una vita: che la macchina dell’odio non guarda da quanto tempo sei lì, non guarda chi hai votato, non guarda se sei il sindaco o il giardiniere. Macina. E quando finisce la carne degli altri, comincia con la tua.
Joe ha votato Trump tre volte.
Joe rischia di essere deportato da Trump.
E mentre lo caricano sul furgone, da qualche parte del Kansas, c’è un suo sostenitore con il cappellino MAGA in testa che si gratta la nuca e si chiede, forse per la prima volta nella vita, se per caso non l’avessero presi un po’ troppo sul serio, quelli lì.
Ben svegliati.