
Non so bene perché sono finita al centro commerciale con Alberto. Lui dice che gli serve una cassetta degli attrezzi “con criteri di progettazione decenti”, e io ho accettato solo perché avevo bisogno di comprare un detersivo e un po’ di silenzio mentale. Errore mio: con Alberto il silenzio non esiste.
Stiamo attraversando il corridoio principale quando lo vedo. Zio Alfonso. Passeggia come se fosse in un museo di storia naturale, mani dietro la schiena, sguardo curioso, passo lento. Lui non fa shopping: lui osserva lo shopping, come un fenomeno antropologico.
«Alfonso?» chiamo.
Si gira, sorride. «Ah, Antonella. E tu… sei l’ingegnere.»
«Alberto» risponde lui, già irrigidito.
«Sì, sì, quello che misura tutto» dice Alfonso, come fosse un complimento.
Io capisco subito che devo stare attenta: questi due insieme sono una miscela che può prendere fuoco anche senza scintilla.
«Che ci fai qui, zio?» chiedo.
«Studio la fauna locale» risponde, indicando la folla. «È un ecosistema affascinante.»
Alberto sbuffa. «Io cerco una cassetta degli attrezzi.»
«Ah!» dice Alfonso, illuminandosi. «Uno strumento. Perfetto. Parliamone.»
Io capisco che è finita.
«Non c’è niente da parlare» dice Alberto. «Mi serve una cassetta funzionale.»
«Funzionale per chi?» chiede Alfonso.
«Per chiunque abbia un minimo di logica.»
«Ah, la logica» sospira Alfonso. «Quella cosa che tu credi sia universale.»
Io mi metto una mano sulla fronte. È iniziata.
«Gli strumenti sono neutri» dice Alberto, con la voce piatta di chi sta dichiarando un assioma matematico.
«Gli strumenti non sono mai neutri» ribatte Alfonso. «Influenzano il pensiero. McLuhan lo diceva.»
«McLuhan non progettava turbine.»
«E tu non progetti significati.»
Io li guardo. Uno è un ingegnere che pensa che il mondo sia un insieme di pezzi da montare. L’altro è un filosofo che pensa che il mondo sia un insieme di metafore da decifrare. E io sono in mezzo, come sempre.
Entriamo nel negozio di fai-da-te. Alfonso prende un cacciavite minuscolo, da occhiali.
«Guarda questo» dice. «Ti sembra lo stesso strumento di un cacciavite da ponteggio?»
«Sono entrambi cacciaviti» risponde Alberto.
«Ma ti fanno fare gesti diversi. Ti mettono in posture diverse. Ti fanno pensare in modi diversi.»
«Stai antropomorfizzando gli oggetti.»
«Sto riconoscendo la loro influenza.»
«Influenza zero.»
«Influenza totale.»
Io mi siedo su uno sgabello da esposizione. Mi arrendo. Li lascio fare.
Alfonso prende un trapano. Lo solleva come fosse un trofeo.
«Questo non è un trapano. È un’estensione del braccio umano. Ti dà potere.»
«Mi dà un buco nel muro.»
«E ti sembra poco?»
Alberto lo guarda come se stesse parlando con un bambino. Alfonso lo guarda come se stesse parlando con un robot.
Io guardo entrambi come se stessi parlando con due uomini che non hanno mai fatto la spesa in vita loro.
«Alberto» dico, cercando di riportarlo sulla terra. «Perché vuoi una cassetta nuova?»
«Perché quella che ho non è più funzionale.»
Alfonso sorride. «Funzionale… o non ti rappresenta più?»
Alberto apre la bocca per rispondere, ma si blocca. Un secondo. Un micro-secondo. Io lo vedo. Alfonso lo vede. Il mondo lo vede.
«Ecco» dice Alfonso. «Gli strumenti parlano di noi.»
Alberto si gira verso lo scaffale, come se volesse nascondersi dentro una scatola di bulloni.
«Vado a cercare la cassetta» dice, rigido.
«Vai, vai» risponde Alfonso. «Io continuo a osservare la fauna.»
Io mi alzo, li guardo entrambi, e penso che in fondo abbiano ragione tutti e due. Gli strumenti parlano di noi. E noi parliamo attraverso gli strumenti.
E poi penso che avrei dovuto venire da sola.