
IL PENDOLO HA OSCILLATO
Trump arriva a Pechino con il cappello da venditore, convinto di piazzare qualche Boeing, due strette di mano e la solita scenografia da televendita geopolitica.
Xi sorride, offre il tè, fa il padrone di casa, lascia che l’ospite americano dica di aver ottenuto “grandi risultati”. Poi, appena Trump riparte, apre l’agenda e dice: bene, adesso facciamo entrare Putin.
Ed eccola qui, la fotografia del mondo nuovo.
Da una parte Washington, che va in Cina a cercare di stabilizzare un rapporto che lei stessa ha passato anni a incendiare tra dazi, sanzioni, Taiwan, semiconduttori e prediche imperiali.
Dall’altra Mosca, che arriva non per rattoppare, ma per consolidare.
Il pendolo ha oscillato.
Per decenni l’Occidente ha pensato che il mondo fosse un salotto privato: noi decidiamo, gli altri eseguono. Noi sanzioniamo, gli altri obbediscono. Noi facciamo le guerre, gli altri applaudono alla “democrazia”.
Poi è arrivata la realtà, quella maleducata.
La Russia non è crollata.
La Cina non si è inginocchiata.
Il Sud globale non ha chiesto il permesso.
E l’Europa, come sempre, ha scoperto tutto guardando il telegiornale con tre anni di ritardo.
Xi oggi fa il giocoliere con due palle di cannone: parla con Trump senza rompere con Putin, tratta con Washington senza tradire Mosca, compra tempo mentre gli altri comprano illusioni.
E noi europei?
Noi facciamo i comunicati.
Molto belli.
Molto morali.
Molto inutili.
Il mondo multipolare non sta arrivando.
È già seduto al tavolo.
Il problema è che noi siamo ancora in piedi, fuori dalla porta, con il cappotto in mano e la tessera NATO tra i denti