
Luisa è già lì quando arrivo. La vedo da lontano: composta, elegante senza sforzo, con quell’aria da “sono in pace con me stessa, non con il mondo”. Io invece arrivo come sempre: un po’ di vento, un po’ di rumore, un sorriso che dice “scusa il ritardo, ma almeno porto storie”.
Ci sediamo, ordiniamo, iniziamo a parlare. È il nostro rito: un’ora di decompressione, di ironia, di confidenze che non hanno bisogno di essere spiegate.
Poi li vedo. Due ragazzini. Venticinque anni, forse. L’aria da “papà paga tutto”, la sicurezza di chi non ha mai dovuto conquistarsi niente.
E capisco subito che sarà una lunga serata.
Arrivano al tavolo con la grazia di due gabbiani che puntano un panino.
«Ciao ragazze… vi disturbiamo?» E senza aspettare risposta, si siedono.
Io e Luisa ci scambiamo uno sguardo. Il mio dice: “Che carini.” Il suo dice: “Che fatica.”
«Vi abbiamo viste da dentro e… sembravate un po’ sole» dice quello con la camicia aperta fino allo sterno.
Luisa appoggia il bicchiere. Quando Luisa appoggia il bicchiere, è finita.
«Ah. E voi siete venuti a salvarci.»
Loro ridono. Noi no.
Li accompagniamo gentilmente verso l’uscita del nostro spazio vitale. Se ne vanno. Io penso: finita qui. Luisa pensa: magari.
Passano cinque minuti. Cinque.
Tornano con due spritz in mano.
«Ve li abbiamo presi noi!» Li appoggiano sul tavolo come se stessero offrendo un sacrificio agli dei.
«Che carini» dico io, sorridendo. «Ma non beviamo spritz.»
«Davvero?» «Davvero.» «Ma… a chi non piace lo spritz?» «A noi.»
Li guardiamo. Loro guardano gli spritz. Gli spritz guardano loro.
Li riprendono. Se ne vanno. Luisa sorseggia il suo americano come se stesse assistendo a un documentario sulla fauna locale.
Questa volta arrivano con un piano. Lo vedo nei loro occhi: la determinazione di chi ha fallito due volte e pensa che la terza sia quella buona.
«Ragazze, scusate… volevamo solo dire che siete davvero… come dire… mature.»
Io tossisco. Luisa sorride. Quel sorriso che precede un’eutanasia sociale.
«Mature?» ripete lei. «Sì, nel senso buono!» «Ah, meno male. Pensavo nel senso botanico.»
Loro non capiscono. Io sì. E mi trattengo dal ridere.
«Comunque», aggiunge il secondo, «noi siamo due ragazzi semplici. Ci piace parlare, conoscere persone…»
«Allora dovreste iniziare da qualcun’altra» dico io, sempre gentile, sempre chirurgica.
Silenzio. Si guardano. Si consultano con gli occhi. E se ne vanno di nuovo.
A questo punto è quasi tenero. Quasi.
Tornano con un’aria più umile, come due cuccioli che hanno capito che il mondo non è stato progettato per loro.
«Ok… abbiamo capito che non vi interessiamo» dice il primo. «Ma almeno… possiamo chiedervi un consiglio?»
Io e Luisa ci guardiamo. È la prima cosa intelligente che dicono.
«Certo» rispondo.
«Come si fa… a parlare con donne come voi?»
Luisa si sistema i capelli dietro l’orecchio. È il suo modo di dire: adesso ascoltate.
«Si fa così» dice. «Si chiede: “Possiamo sederci?” E se la risposta è no… si accetta. Senza insistere. Senza spritz. Senza complimenti sbagliati. Senza tentativi multipli. Con dignità.»
Loro annuiscono. Davvero. Come due studenti che hanno appena capito la lezione più importante dell’anno.
«Grazie» mormora uno. «Davvero» aggiunge l’altro.
E stavolta se ne vanno per sempre.
Io e Luisa restiamo in silenzio per qualche secondo. Poi scoppiamo a ridere. Una risata piena, complice, adulta.
«Poveri pischelli» dico.
«Poveri no» risponde lei. «Allenati.»
Brindiamo. A noi. Alla nostra età che non ci pesa. Alla nostra ironia che ci salva. E a tutti quelli che ancora devono capire che sedersi al tavolo di due donne così… non è mai un gesto semplice.