
Per la prima volta in 62 anni, il sindaco di New York non parteciperà all’Israel Day Parade.
Il 31 maggio, mentre lungo la Fifth Avenue sfilerà la celebrazione annuale dell’orgoglio d’Israele, Zohran Mamdani non ci sarà.
Una tradizione bipartisan che andava avanti dal 1964, finalmente interrotta. Democratici, repubblicani, conservatori, progressisti: tutti i sindaci, in 62 anni, avevano deciso di prendervi parte. Lui no.
Mamdani guida la più grande città degli Stati Uniti, quella che ospita la più grande comunità ebraica fuori da Israele. Avrebbe potuto fare ciò che hanno fatto tutti i suoi predecessori: andare, salutare, sorridere, scattare la foto di rito e tornarsene a casa. Avrebbe risparmiato attacchi, polemiche, accuse di antisemitismo.
Sarebbe stata la scelta più comoda, la più conveniente, la più indolore.
E invece no.
Perché Mamdani sa che stare in quel corteo oggi significa stare accanto a un governo che ha ridotto Gaza a un cimitero a cielo aperto. Significa fingere che la celebrazione di uno Stato possa essere separata dalla politica di chi quello Stato lo governa adesso.
A 34 anni, alla sua prima carica pubblica importante, Mamdani ha scelto la strada più difficile. Ha detto: la mia città garantirà la parata, garantirà la sicurezza, garantirà i permessi. Ma io, come essere umano e come sindaco, non posso esserci.
C’è una parola per descrivere tutto questo. Si chiama coraggio. E sembra una parola dimenticata, in questi tempi in cui la politica si misura in tweet codardi, dichiarazioni svuotate, balletti di posizione a seconda dei sondaggi del giorno.
Mamdani ricorda a tutti che la politica può ancora essere un atto morale. E che la storia, sempre, ricorda chi ha avuto il coraggio di alzarsi quando tutti gli altri restavano sedut